sabato 4 maggio 2024

Crescita e lavoro, divorzio totale

 Pubblicato su Decrescita Felice Social Network il 26 agosto 2012

Le organizzazione sindacali sono tra le più attive propagandiste del mantra della crescita, di fatto principale condivisione ideologica con il mondo imprenditoriale. Il maggior sindacato italiano, la CGIL, ha addirittura dedicato uno sciopero generale alla necessità di crescere, indetto il 6 maggio 2011.
I sindacati e la sinistra in generale sostengono la necessità di incrementare il PIL perché l’aumento di reddito consentirebbe di allargare la base imponibile (con cui sovvenzionare i servizi al cittadino) ma soprattutto permetterebbe di fronteggiare la disoccupazione, secondo il ragionamento: più produttività = più posti di lavoro. Tale equazione – talvolta chiamata ‘effetto cascata’ – considerata una verità auto-dimostrata da tutti, dai liberisti più sfrenati ai comunisti più irriducibili, effettivamente ha avuto senso nel periodo dei ‘trenta gloriosi’ (1945-1975) quando la ripresa economica europea post-bellica era guidata dal modello di produzione fordista e da logiche economiche keynesiane basate su grandi investimenti pubblici a sostegno dei mercati interni, accompagnate a un progressivo accordo con le forze sindacali per migliorare le condizioni della classe lavoratrice, creando le premesse per un aumento dei consumi che originasse una congiuntura economica favorevole. Con tassi di crescita stabili intorno al 5-6% in un continente da ricostruire e modernizzare, la disoccupazione non fu mai un problema evidente.
Questo quadro però è drammaticamente cambiato a partire dagli anni Settanta, con la saturazione dei mercati europei, la fine della convertibilità del dollaro in oro e soprattutto con l’introduzione sempre più massiccia dell’automazione e delle tecnologie informatiche nella produzione industriale. Le tecnologie labor saving hanno permesso di risparmiare risorse umane e lo sviluppo delle reti informatiche ha emancipato il capitale dai vincoli della nazione di origine, spianando la strada alla produzione delocalizzata nelle aree del pianeta a minor costo del lavoro (il tramonto del fordismo e l’avvento del toyotismo su scala internazionale). Nel suo bestseller La fine del lavoro, Jeremy Rifkin ha affrontato per la prima volta questa scomoda verità:

“In un mondo nel quale il progresso tecnologico promette un incremento drammatico della produttività e della produzione aggregata, marginalizzando o eliminando dal mercato milioni di lavoratori, l’«effetto a cascata» sembra un’ingenuità, se non una vera stupidaggine. Continuare ad affidarsi a un obsoleto paradigma della teoria economica in un’era post-industriale e post-terziario rischia di essere disastroso per l’economia nel suo complesso e per la stessa civiltà del XXI secolo…
Oggi molte persone trovano difficile comprendere come il computer e le altre tecnologie introdotte dalla rivoluzione informatica – che avevano sperato fossero in grado di liberarli – possano invece essersi trasformati in un mostro meccanico che deprime i salari, distrugge l’occupazione e minaccia la stessa sopravvivenza di molti lavoratori. Ai lavoratori americani era stato fatto credere che, diventando sempre più produttivi, sarebbero riusciti a liberarsi dalla schiavitù del lavoro; ora, per la prima volta, si sta dicendo loro che spesso gli aumenti di produttività non provocano aumenti del tempo libero, ma code all’ufficio di collocamento”.

Solo per riportare alcuni dati concreti, nel febbraio-marzo 2010 la Commissione europea ha calcolato per la UE un aumento del PIL pari allo 1% – superiore a quella stimato, lo 0,7% – mentre contemporaneamente l’Eurostat registrava una disoccupazione stabile intorno al 10%. Nello stesso anno la Germania, locomotiva della crescita europea, a fine giugno segnava un +3,7% rispetto all’anno precedente e contemporaneamente 134.800 lavoratori tedeschi del comparto industriale perdevano il posto. Gli USA addirittura hanno chiuso l’ultimo trimestre del 2009 con una crescita netta del 5,7%, ma il Dipartimento del lavoro nel gennaio 2010 ha constato solo un lieve rallentamento del trend negativo, non una ripresa dell’occupazione.
Ma l’Europa e gli USA rappresentano il ‘vecchio’ mondo incapace di affrontare le sfide dell’economia attuale, per cui forse è più corretto concentrare l’attenzione sull’inarrestabile ascesa dei paesi del cosiddetto BRIC, ossia Brasile, Russia, India e Cina. Ecco le percentuali relative alla disoccupazione nel 2009, confrontate con la crescita economica media annua del quinquennio 2004-2009 (dati tratti da Il mondo in cifre 2012, edito da The Economist):

Brasile: crescita 3,5% disoccupazione 8,3%
Russia: crescita 3,9% disoccupazione 8,2%
India: crescita 8,3% disoccupazione 4,4%
Cina: crescita 11,4% disoccupazione 4,3%

Se Brasile e Russia preoccupano, perché i dati sulla disoccupazione non sono molto dissimili da quelli della zona Euro (9,4%) – che però, si badi bene, è cresciuta solo dello 0,8% – i due giganti asiatici sembrano invece confermare gli assunti tradizionali. In realtà, basta non fermarsi alla superficie per scoprire una verità sconcertante: India e Cina possono vantare una disoccupazione relativamente bassa perché, per molti aspetti, sono ancora paesi non completamente sviluppati. Di fatto, malgrado la grande esplosione industriale, sono ancora nazioni prevalentemente agricole, perché in Cina l’agricoltura occupa il 38% della popolazione, in India addirittura il 52% (a titolo di paragone, nell’Unione Europea gli addetti all’agricoltura sono poco più del 5%). Questi dati indicano la persistenza di un’agricoltura tradizionale a bassa tecnologia, che richiede un alto tasso di manodopera. In Brasile e in Russia, dove è già iniziata da tempo la modernizzazione del settore, gli addetti all’agricoltura sono rispettivamente il 20% e il 10%. Una volta promossa una massiccia modernizzazione agricola, ampiamente sostenuta da istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, anche Cina e India si troveranno a fare i conti con lo stesso problema.
Se la crescita non è la soluzione ma un problema per la creazione di posti di lavoro, come intervenire a favore dell’occupazione? Le risposte sono fondamentalmente tre:

1) operare una drastica riduzione degli orari di lavoro e pensare a interventi come il reddito di cittadinanza per liberare il tempo umano dal lavoro;
2) riconvertire la società e l’economia a una logica di sostenibilità. Solo nel settore del risparmio energetico si potrebbero ottenere risultati impressionanti: il Rapporto sull’efficienza energetica redatto da ENEA e CESI RICERCA e poi ripreso dalla Commissione Energia di Confindustria, sostiene la necessità di un “piano straordinario di efficienza energetica”, che secondo le stime sarebbe in grado in 10 anni di creare 1,6 milioni di occupati in più, permettendo un aumento della produzione industriale di 238 miliardi, il taglio di 207 milioni di tonnellate di CO2 e 14 miliardi di risparmio in bolletta.
3) intraprendere una seria riflessione sullo sviluppo tecnologico, che dovrebbe riconsiderare la possibilità di una tecnologia a basso consumo energetico e ad alta intensità di lavoro, meno alienante e più a misura d’uomo (una tecnologia ‘conviviale’ o ‘intermedia’, per utilizzare le definizioni di Ivan Illich ed Ernst Friedrich Schumacher)

Infine, a livello individuale e comunitario (è difficile immaginare un sostegno statale), si possono promuovere le pratiche di ‘scollocamento’ rese celebri da Simone Perotti nelle sue opere.
Se non si intraprenderà una svolta in questa direzione, possiamo solo sprofondare ulteriormente nel baratro della grande crisi economica, ecologica e sociale insieme alle illusioni di crescere.

lunedì 5 dicembre 2016

Fuori di Testa

Per commentare un voto referendario val bene anche far temporaneamente resuscitare un blog oramai morto, sforzandosi di ricordare le credenziali di accesso.
Chicco Testa, già ecologista, poi nuclearista, poi in Rothschild, poi sicuramente col culo su qualche altra poltrona lautamente pagata, scrive suo profilo di Twitter:


Ha ragione il buon (e livoroso) Testa: il sud Italia ha registrato le più alte percentuali per il NO, con punte vicine al 70%, talvolta oltrepassandolo; e tutto questo con partecipazioni al voto ben superiori di quelle normalmente registrate per le elezioni politiche. Cosa c'è quindi da aggiungere al ragionamento di Testa? Che quelle fasce di popolazione che abitano le zone più problematiche del paese, che normalmente sono ritenute più portate a credere in soluzioni miracolose - non fosse altro per disperato desiderio di riscatto - non hanno creduto alla nuova formula magica #bastaunsì. Saranno anche ignoranti e zotici come pensa l'ex presidente di Legambiente, ma non pensano che i problemi attuali - crisi economica in primis - siano semplicemente dovuti a troppi 'lacciuoli burocratici', ma che abbiano cause più profonde. Insomma, hanno decisamente più testa di Testa.

martedì 19 gennaio 2016

Meglio Quarto che primo

L'espulsione della sindaca di Quarto Rosa Capuozzo, contrariamente a gran parte delle epurazioni compiute in campo pentastellato, è espressione di buon senso. Invece di tante lagnanze sulle rendicontazioni degli stipendi (ma è difficile verificare se una persona ha bonificato la sua parte in eccesso da destinare al fondo per le piccole imprese?), questa volta il M5S si è comportato in modo cristallino, perché ha semplicemente chiesto alla sua esponente di comportarsi secondo il medesimo metro di giudizio applicato per gli altri, né più né meno; cosa che, per intenderci, non sta facendo il PD (vedi questione De Luca) che come una iena si sta accanendo sull'episodio per dimostrare che 'siamo tutti uguali' (a proposito: fare il presidente della regione Friuli non deve essere un compito particolarmente difficile, visto Debora Serracchiani è votata al 100% alla causa del partito).
La riflessione da cui però il M5S non può assolutamente astenersi riguarda il fatto che, a Quarto come in altre località a rischio mafia, i meccanismi di selezione dei candidati validi altrove potrebbero non essere efficaci e spianare la strada in qualche modo a chi, come le organizzazioni criminali, non ha ideologie politiche ma sta sempre e comunque dalla parte dei vincitori, alla maniera degli organismi parassitari. Basta essere appena al di sopra di ogni sospetto (vedi l'abuso edilizio della Capuozzo) e subito i tentacoli della piovra trovano terreno fertile. 
In ogni caso, una buona prova di coerenza giustamente da opporre a chi - dalla Pennetta a Zalone - salto sul carro del vincitore di turno per mettersi evidenza.

domenica 20 dicembre 2015

Rispetto dei vivi


Come era d'obbligo commentata la morte di Cossiga, così bisogna fare con quella del 'venerabile' Licio Gelli ma, parimenti a quanto accaduto con la scomparsa dell'ex presidente, non voglio essere io a farlo. Lascio piuttosto la parola allo storico Aldo Gianulli, che introduce un tema molto delicato che condivido profondamente: la P2 non è stato un episodio accidentale, ma il tassello italiano di un mosaico molto più ampio. 

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A volte la Storia ha sottili ed ironiche allusioni e la coincidenza della morte di Licio Gelli con il procedere dello scandalo Etruria sembra una di esse.  Il venerabile e la banca erano legati da più fili, ma su questo torneremo. L’occasione si presta anche per una riflessione sul ruolo di un personaggio in tutta la storia dell’Italia Repubblicana, dal caso Borghese al caso Moro, dai depistaggi per la strage bolognese al caso Calvi. La cronaca giornalistica è spesso (e inevitabilmente) un grande appiattitore e banalizzatore e questo ha riguardato anche Gelli, rappresentato con l’immagine un po’ caricaturale dell’eterno intrigante, del faccendiere-spia e golpista che, però, alla fine, è stato sempre sconfitto.
Senza attenuare il giudizio negativo sul personaggio, credo si debba spostare la riflessione si un piano concettualmente più alto di riflessione politologica su quel che è stata la P2 che, se non è riuscita ad evitare lo scioglimento del 1981, ha però operato una sensibile trasformazione del senso del potere in questo paese. Qualcosa che è proseguita ben al di là del 1981.
In primo luogo, la vicenda della P2 è stata isolata da sul contesto culturale internazionale. Le idee del famigerato “Piano di Rinascita Democratica” non nascono dal nulla, sono parte di un vento elitario che soffia già dai primi anni settanta, se non da prima. Esse furono il prodotto della reazione elitaria ai movimenti degli anni settanta: già Niklas Luhmann aveva  letto quella crisi come effetto del “sovraccarico della domanda” (tema ripreso in Italia da Giuseppe Are), tesi presente anche nelle relazioni di Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki al convegno della Trilateral del 1975 che suggeriva rimedi istituzionali che avevano molti punti di contatto con il Piano di Rinascita democratica (rafforzamento dell’esecutivo per garantire la governabilità, eliminazione o attenuazione degli spazi di partecipazione come i referendum, sistemi elettorali che limitino l’accesso alla rappresentanza, concentrazione e controllo del sistema informativo ecc.).
Ed anche sul piano economico il piano gelliano, si poneva come “partito del profitto imprenditoriale” (e, per altri versi, della rendita finanziaria), in perfetta sintonia con il vento neo liberista che si stava levando.
Dunque, non un piccolo complotto di un paese marginale come l’Italia, ma la proiezione italiana di un profondo sommovimento della cultura politica in tutto l’Occidente. Ed, infatti, le idee di quel piano sono sopravvissute allo scioglimento della loggia nel 1981. Anzi, hanno trovato applicazione in diversi punti ad opera dei governi successivi e vale la pena di dire che la maggior parte di queste realizzazioni non si deve ai governi berlusconiani di centro destra, ma a quelli di centro sinistra a trazione Pds-Ds-Pd (ma su questo torneremo più in dettaglio).
E questo, come si sa, ha lasciato pensare che la Loggia non si è mai davvero sciolta o che essa si sia ricostituita qualche tempo dopo il suo scioglimento ufficiale ed in gran segreto con meno ben più fedeli adepti. Mentre altri (forse con maggiore realismo) hanno pensato che la P2 fosse solo il tentacolo periferico di un sistema elitario strutturato a livello sovranazionale (Brenneke nei primi anni novanta parlò di una P7). E lo stesso Gelli si è ipotizzato che non fosse il “burattinaio di ultima istanza” ma solo l’intelligente colonnello di qualche altro burattinaio di livello superiore. Si tratta di aspetti ancora in ombra della vicenda e sui quali occorrerebbe indagare alla ricerca di elementi in mancanza dei quali si rischia di scadere nel complottismo non documentato a la Magaldi con le sue superlogge che tutto controllano e tutto dirigono.
Di fatto possiamo solo constatare come la prassi dei “partiti orizzontali” delle classi dominanti (trasversali a quelli pubblici presenti nei Parlamenti) si è andato infittendo affiancando nuovi soggetti come l’Aspen, ad antichi sodalizi come il Bilderberg, la Trilateral, la Mont Pelerin Society ecc.  E’ uno dei riflessi della strutturazione elitaria ed antidemocratica del sistema di potere neo liberista.
Da questo punto di vista la P2 è un “case study” molto interessante che merita di essere approfondito al di là del canone giornalistico sin qui imperante.
Ripeto: non si tratta di riabilitare Gelli o di fargli uno sconto sulle non poche colpe accumulate, ma di portare la discussione al livello teorico che merita, anche per capire il presente. Perché la vicenda gelliana non si è conclusa nel 1981 e per certi versi può fornire interessanti chiavi di lettura anche per gli scandali presenti.
Aldo Giannuli

mercoledì 9 dicembre 2015

Elite non elitaria

Il voto per il FN di Marine Le Pen è sicuramente espressione di una forte avversione per le élite, ma da qui a dire che esso sia sgradito alle élite il passo non è affatto breve. Le èlite, cioé i maggiori esponenti del mondo economico-finanziario, notoriamente non hanno ideologie diverse dalla difesa dei loro interessi, e se storicamente sono riusciti a scendere a patti con Hitler e il nazismo, non si capisce perché non dovrebbero farlo con la Le Pen e il suo partito. In fondo, con tutta questa enfasi sul 'governo forte', potrebbe sembrare naturale affidarsi a chi davvero propone una guida risoluta o quantomeno sembra volerlo fare. Che cosa farebbe la Le Pen in caso di affermazione alle presidenziali? Far uscire la Francia dall'Euro e/o dalla NATO suona decisamente troppo propagandistico. Più probabilmente, aumenterebbero le convergenze con la Russia di Putin, secondo un copione a tratti già delineato dalla Germania in talune occasioni, con la Merkel ma anche sotto Schroeder; sarebbe alquanto difficile riproporre un protezionismo di matrice classica.
Insomma, le famigerate élite potranno aver storto il naso per il risultato elettorale di domenica, sicuramente però non si stanno strappando i capelli.

giovedì 12 novembre 2015

Lezioni di rosicate

Siccome agli argomenti seri sto dedicando tutto il tempo che mi manca per questo blog, farò una piccola lezione su come riconoscere la faziosità ricorrendo a un frivolo argomento di attualità capace però forse di accendere gli animi. 

Prendiamo in considerazione questa tesi: Valentino Rossi meritava il titolo mondiale della MotoGp 2015 più di Lorenzo. Vediamo cosa dicono i numeri stagionali:

Rossi: 4 vittorie, 1 pole position, 4 giri più veloci
Lorenzo: 7 vittorie (solo 6, dirà qualcuno), 5 pole position, 6 giri più veloci

Prendiamo allora in esame la seconda tesi: Valentino Rossi è un pilota più forte di Lorenzo. Confrontiamo allora i numeri dei due piloti dal 2008, cioé da quando corrono insieme in MotoGp:

Rossi: 24 vittorie, 12 pole position, 21 giri più veloci
Lorenzo:  40 vittorie, 35 pole position, 26 giri più veloci

Mi arriva dalla regia una comunicazione secondo cui gli anni trascorsi in Ducati non valgono. Paragoniamo allora i risultati dalla stagione 2013, da quando valentino è tornato in Yamaha:
Rossi: 7 vittorie, 2 pole position, 6 giri più veloci
Lorenzo: beh, solo nel 2015 ha fatto meglio di Rossi in tre anni, quindi lascerei perdere.

Dalla regia mi comunicano di ulteriori proteste, bisogna contare anche le stagioni 2008 e 2009.
Rossi: 24 vittorie, 12 pole position, 19 giri più veloci
Lorenzo: 31 vittorie,  26 pole position, 19 giri più veloci

Mi arrivano voci che, avendo raggiunto un ex aequo nell'ultima statistica, Rossi si impone nettamente come migliore.
Ok lo ammetto, non ho mai avuto troppa simpatia per Rossi. Ma vi giuro che ho meno simpatia per la faziosità. Sono i numeri che sembrano proprio avere in antipatia il Vale nazionale.


venerdì 9 ottobre 2015

Dalla Russia senza amore

Tristezza infinita. E' quella che provo per vedere tante persone che stimavo andare a braccetto con altre che stimavo molto meno in un appassionato atto di fedeltà per Vladimir Putin.  Ho già espresso altrove come la penso sul leader russo, in questa sede vorrei invece comunicare lo scoramento di fronte a una situazione totalmente assuda, in cui mi sembra che molta gente stia rinnegando quello in cui ha sempre creduto, senza per altro poterlo giustificare con l'opportunismo, dato che nessuno ci guadagna nulla agendo così. Siamo di fronte a una profonda revisione degli ideali.
Con Putin, abbiamo scoperto che non è vero che il terrorismo non si combatte con i cacciabombardieri; che sparare missili Cruise da migliaia di km su di un esercito poco più che straccione, facendoli passare sopra la testa degli abitanti di tre o quattro nazioni, può essere una cosa buona e giusta; che commentare su Facebook 'forza ragazzi!', riguardo a un conflitto in corso, non è uno stupido gesto da ultras calcistico, se i 'ragazzi' sono piloti dell'aviazione russa.
Ovviamente è una degenerazione che viene da lontano, ad esempio da quando bisognava condannare il 'laicismo' delle Pussy Riot (ovviamente prezzolate dalla Casa Bianca, come chiunque in Russia non ami incondizionatamente Putin) e difendere la Chiesa Ortodossa, uno dei baluardi della potenza politica del Cremlino. Tuttavia, 'no alla guerra senza se e senza ma' sembrava più di uno slogan, sicuramente lo è.
Che cosa ti fa passare sopra a tutto questo? Forse l'illusione di aver trovato uno stato da sostenere (la Russia) contro quello da sempre avversario (gli USA) in un revival post-moderno della guerra fredda? Difficile a dirsi. La coerenza dovrebbe certo avere sempre la meglio sui ragionamenti machiavellici. 
In tal senso, riporto una comunicazione personale avuta con una persona che stimavo e stimo ancora, di cui non faccio il nome per correttezza, anche perché non è proprio uno sconosciuto. Sintetizza al meglio il mio pensiero su tutta questa faccenda:

"Il mondo "antisistemico"... purtroppo è profondamente succube dello schema mentale per il quale gli USA sono il nemico principale (o forse "il nemico assoluto") e chiunque ad essi si opponga è, se non un amico, almeno un utile alleato. Confesso che anni fa ero anch'io abbastanza vicino a questo modo di ragionare. Adesso ne sono piuttosto lontano. Gli USA sono la punta di lancia del capitalismo e dell'imperialismo, ma gli altri capitalismi non sono in nessuno modo meno nocivi, sono solo momentaneamente più deboli. Anch'io sono favorevole a un mondo multipolare, pur che sia chiaro che in questa fase la multipolarità che si fa avanti è una multipolarità di distruttori."