martedì 16 luglio 2013

Politically uncorrect

Il 'politically correct' è una terribile gabbia intellettuale che di fatto ammazza la politica e qualsiasi in dialettica in genere. Nato per nobili ragioni, è stato abilmente trasfigurato in un arma per zittire i propri avversari e ignorare in toto quanto avevano da dire solo per una parola o un'espressione infelice; i mass media sono i campioni di questa censura culturale, ed è stata un'abile stratagemma da impiegare contro persone 'scomode' ad esempio come Beppe Grillo, le quali per altro sono sempre abbastanza tonte da ricadere in questo tranello. Non c'è comunque nulla di peggio della censura che si ammanta di idealismo.
Tuttavia, ancora peggiore del politically correct è la scorrettezza politica a prescindere, quella che molte realtà dichiaratamente 'ribelli' e 'dissidenti' stanno utilizzando in questi giorni per difendere le affermazioni razziste contro la Kwenge o le minacce a Mara Carfagna non tanto perché le si condivide, quanto perché è un dovere parlare sempre a rovescio del 'potere'.
E' vero, il grado di strumentalizzazione è enorme, ma la denuncia di questa strumentalizzazione non può risolversi in una legittimazione di chi accusa insensatamente sul piano personale. Per altro la pochezza intellettuale della Carfagna o Kwenge è tale che non serve davvero insistere polemiche insensate e irrispettose.
La verità purtroppo è che molti 'dissidenti' e 'ribelli' hanno fatto propria la lezione di Berlusconi di parlare 'pane al pane vino al vino', sul fatto che gli uomini 'veri' non hanno rispetto per niente e nessuno. A queste persone consiglio di seguire un motto di Gian Piero Alloisio spesso citato da uno dei  loro idoli, Massimo Fini: "Io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me".

lunedì 8 luglio 2013

Detto e non detto

Dai gesti simbolici, proprio perché tali, non bisogna attendersi rivoluzioni epocali, il che non significa che non siano importanti. Papa Francesco dal primissimo momento del suo pontificato ne ha fatto tantissimi, cosa che ha diviso l'opinione pubblica tra chi vede in lui un riformatore spirituale epocale o un'intelligente foglia di fico sugli interessi economici del Vaticano.
Di tutti i gesti, la presenza fisica a Lampedusa, un luogo davvero dimenticato da Dio, è sicuramente il più rilevante. Non produrrà effetti concreti e forse non smuoverà più di tanto le coscienze che contano, ma se non altro ha portato sollievo e conforto, almeno per il momento.
Ovviamente, quando Bergoglio dice "Sono qui per risvegliare le coscienze. No alla globalizzazione dell'indifferenza. Mai più morti in mare", il rischio è che il pontefice si strumentalizzi da solo. Perché staccare due temi indissolubilmente legati - migrazioni dei disperati e globalizzazione neoliberista - significa più o meno involontariamente legittimare il sistema produttore di disumanità e ingiustizia; lo stesso vale gli appelli del presidente della Camera Boldrini a "rafforzare il soccorso in mare" e a "riaffermare i valori universali". Difficilmente un sistema di sfruttamento può ammettere una migrazione dal volto umano, sempre ammesso che lo sradicamento di interi popoli per capricci finanziari lo possa mai consentire
Sia Bergoglio che la Boldrini devono dimostrare con i fatti di non essere semplicemente il rovescio della medaglia dei siluramenti dei barconi di Borghezio. Anzi, se si condive l'attuale sistema economico-politico globale - quello che i mass media fanno filtrare attraverso slogan come 'concorrenza' e 'libertà dei mercati' - la proposta del leghista è sicuramente più coerente, una soluzione disumana per un problema disumano.
Il Vaticano di Francesco e lo Stato della Boldrini sono alleati e complici di gran parte dei potentati che producono quelle situazioni che fanno di Lampedusa una gigantesca metastasi sociale. La denuncia di un crimine, per quanto sincera e appassionata, è poca cosa se non comprende anche i suoi per nulla misteriosi responsabili. Forse per i vari pontefici e statisti è arrivato il momento di dire tutto, o tacere per sempre.

lunedì 24 giugno 2013

Sesso istituzionalizzato

Di fronte a donne che rischiano la vita per strada sotto gravi condizioni di sfruttamento, bisogna abbandonare ogni moralismo e  affrontare invece la questione prostituzione sul piano etico. Siccome la vita di ogni essere umano è superiore a qualsiasi prurrito del buoncostume, bisogna favorire in tutti i modi le soluzioni che eliminino i rischi più gravi; saranno d'accordo anche i cattolici più intransigenti, se veramente fanno proprio l'appello di Papa Francesco "La vita è valore sacro che va difeso sempre".
Ne consegue quindi che la proposta di legge della senatrice PD Maria Spilabotte di legalizzare la prostituzione in casa (nulla a che vedere con i quartieri a luci rosse, che mi vedono fortemente contrario) va assolutamente condivisa anche se le motivazioni sembrano piuttosto di natura economica, dato che puntano a introdurre la partita IVA e a creare di un apposito libretto di lavoro. Dopo il lotto e il gioco d'azzardo, la prostituzione diventerebbe un'altra fonte di introiti dello Stato. 
Di per sé non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che inserire anche il sesso nel tritacarne burocratico dello Stato, insieme alla salute ed altri aspetti dell'intimità personale, desta abbastanza preoccupazione, perché saremmo ben oltre la mercificazione del corpo.
Lo Stato in materia di rapporti sessuali dovrebbe interessarsi esclusivamente del fatto che le persone interessate siano consenzienti  e capaci di intendere di volere, in caso contrario non posso sussistere condanne penali o provvedimenti amministrativi. Gli eventuali scambi di denaro devono riguardare solamentee le persone coinvolte, quindi né papponi né l'agenzia dell'entrate. Quando si parla poi di controlli sanitari sulle prostitute, si introduce anche la possibilità di stabilire se una persona è abile o meno ad atti sessuali, aprendo la strada al peggior controllo totalitario sui corpi.
Certo il motto del Papa a questo punto vale anche per me, quindi se la proposta della Spilabotte è l'unico modo di arginare sfruttamento e violenza, che sia. Ma non posso fare a meno di pensare che lasciare la libertà di prostituirsi in casa senza oneri e benefit da parte dello Stato sia la soluzione migliore.
Qualcuno obietterà sul fatto che la mia idea è discriminatoria nei confronti delle sex workers, perché le differenzia dalle altre lavoratrici. A parte il fatto che esonerarle dall'oppressione burocratica statale agevolando la possibilità di creare reti di mutuo soccorso e auto-aiuto sembra più un privilegio che una condanna, esistono ambiti fche il controllo statale non deve valicare, anche se di queste 'terre vergini' - ironia involontaria - ne restano sempre meno. 
In realtà la sfida di mantenere informalità, sicurezza e dignità riguarda ben altre questioni oltre la prostituzione. E che con ogni probabilità sono affrontabili solo da una società cosciente, e non dal potere normativo dello Stato.

lunedì 17 giugno 2013

La guerra di Enrico

Non giriamoci troppo intorno: l'annuncio del premier Letta di mantenere l'impegno del 3% nel rapporto defict/Pil, volto a rassicurare i potentati europei e internazionali alla base della sua nomina a presidente del consiglio, equivale a una dichiarazione di guerra all'Italia e ai suoi cittadini. Con i tassi di crescita inevitabilmente asfittici o addirittura negativi che si profilano, il rispetto del vincolo europeo può solo tramutarsi in esproprio della ricchezza del paese a vantaggio di quelle ristrettissime lobby che speculano sul debito pubblico italiano, gravato da interessi da usura. 
Deve essere questa la ragione per cui il governo insiste sulla necessità di favorire un minimo di politiche giovanili, così come il redivivo Marchione, che fino a qualche tempo fa sproloquiava sulla necessità della fusione tra FIAT e Chrysler (in pratica sul trasferimento della produzione italiana in USA) oggi parla di 'piano Marshall dell'Italia', come se fosse tanto stupido da non capire che più di qualche limatura sulla fiscalità del lavoro non ci si può attendere. Sanno che sta per arrivare una situazione tale da mettera a dura prova quel che resta del tessuto sociale, che potrebbe avere ripercussioni gravissime e spingere alla reazione persino un popolo apatico come il nostro.
E' davvero interessante fare un parallelo tra la nostra crisi, per mancanza di crescita, e quella turca, che invece si deva al motivo esattamente opposto - la crescita turca negli ultima anni è stata due volte e mezza quella della locomotiva Germania - dove si contesta il predominio dell'economicismo (in salsa islamica) su qualsiasi altra considerazione. Sono due facce della stessa medaglia, per quanto possano storcere il naso economisti liberisti "pro-austerità" e keynesiani per "più spesa per più crescita": rappresentano il fallimento di una società che ha elevato al rango di guida infallibile la scienza più astratta e dogmatica - l'economia - ai danni di ciò che era vero e tangibile - persone, ambiente, cultura. E come disse un giorno qualcuno che ci capiva, "un problema non può essere risolto dallo stesso atteggiamento mentale che lo ha provocato".


giovedì 6 giugno 2013

Presidenzialismo e barbarie

Secondo Lorenza Carlassare, docente universitario scelta tra i 35 saggi per la riscrittura della Costituzione, lo scopo che si propongono le cosiddette 'riforme' bipartisan e sostenute a spada tratta dal capo dello Stato - avremo addirittura un DDL del governo in materia - mirano a “delegittimare la Costituzione” e a dare un po’ di sostanza “a quella vena di autoritarismo che ci portiamo dietro da sempre".
La trasformazione in soli 18 mesi dell'Italia in una repubblica presidenziale non poteva essere descritta in termini migliori. Cosa si può dire del resto di un parlamento di nominati, che si eleva ad assemblea costituente malgrado una legge elettorale che persino la maggioranza dichiara vergognosa?
Un presidenzialismo, per altro, presentato come fondamentale 'per assicurare la governabilità', ma di cui non viene spiegata l'essenza più intima, se non limitandosi a vaghe rassicurazioni sul fatto che il Presidente sarà eletto direttamente dai cittadini.
Di fatto, in una repubblica presidenziale le figure di capo dello stato e capo del governo o coincidono, come negli USA, oppure si verifica la strana situazione semi-presidenziale francese, dove le due cariche sono distinte ma il presidente della repubblica eletto direttamente comanda per interposta persona, un po' come nell'antico Egitto accadeva tra faraone e visir. E, cosa che non viene mai detta, in una repubblica presidenziale il governo non è sfiduciabile e impronta enormemente l'azione legislativa. 
Ovviamente i benpensanti replicheranno che esistono nazioni presidenzialiste come gli USA, assolutamente democratiche ma, caso strano, non esiste un presidenzialismo puro da nessuna parte in Europa. La tanto osannata ed efficientista Germania, ad esempio, è una repubblica parlamentare né più né meno dell'Italia attuale; e gli USA sono uno stato federale, dove esistono numerosi contrappesi a livello locale dell'influenza del presidente. Nella versione italiana, invece, il presidenzialismo sarà un modo per applicare sulla popolazione quelle 'riforme' che questo ha sempre maldigerito, anche con azioni dirette come i referendum del 2011 su nucleare, legittimo impedimento e acqua pubblica. Con il presidenzialismo all'italiana, ben lungi dall'avere un 'uomo forte' al governo - il presidenzialismo era sempre stato del resto un cavallo di battaglia del vecchio Movimento Sociale - avremo la consacrazione dell'agenda Monti e Letta a unica politica nazionale, con il presidente eletto direttamente ridotto a semplice passacarte, per quanto 'unto dal popolo', degli ordini provenienti dai poteri forti europei e mondiali. Avremo insomma un governo più forte per una nazione più debole, priva di una delle poche cose di cui poteva andare fiera nel mondo: la sua costituzione repubblicana.

venerdì 24 maggio 2013

Eroi dello Stato che non c'è

Esistono tanti giorni 'speciali', dedicati a qualche tematica in particolare (ad esempio il giorno della memoria) e si dedicano minuti di silenzio in tantissime circostanze, spesso anche abbastanza discutibili; per Giovanni Falcone, così come per Paolo Borsellino, non accade nulla di tutto questo. In uno Stato 'normale' - ammesso che possa esisterne uno - si griderebbe allo scandalo, ma io penso che, per rispetto verso queste due grandi persone, sia meglio così. 
Nei confronti di chi si ha sacrificato eroicamente la sua vita per l'interesse generale solo una cosa è peggiore dell'oblio, la beatificazione ipocrita e strumentale. Quando a scuola mi trovo a parlare dei due magistrati provo sempre un grande imbarazzo, dovuto alla difficoltà di spiegare come 'l'uomo dello Stato' abbia potuto essere ucciso nonostante lo Stato, a causa dello Stato e - specialmente nel caso di Borsellino - per opera dello Stato. 
Nella loro ingenuità (per altro abbastana razionale), gli studenti difficilmente capiscono come lo Stato possa farsi guerra da solo. Così come faticano a comprendere perché il coraggioso magistrato sia 'uomo dello Stato' mentre il politico che ha fatto di tutto per rendergli la vita impossibile, spesso occupando le cariche maggiori della repubblica, non sia 'un vero uomo dello Stato'. Se poi provi a inserire il concetto decisamente ambiguo di 'Stato deviato', la reazione più probabile è un'incredulità generalizzata: alla fine si capisce che i veri 'deviati' sono coloro che hanno creduto nella Costituzione cercando di applicarne i principi anche quando lo Stato a cui avevano giurato fedeltà reagiva riottosamente e infastidito di fronte a tanto rigore. 
Intendiamoci per evitare equivoci: Falcone, Borsellino e molti altri eroi istituzionali credevano fermamente nello Stato e avevano messo tutta la loro esistenza al suo servizio, fino al sacrificio supremo. Non erano né anarchici né individualisti, sebbene lo siano dovuti diventare per proseguire nella loro opera di giustizia, ma loro storia sembra indicare che il perseguimento della giustizia attraverso lo Stato comporti trovarselo in qualche modo nemico. Una questione solo italiana? Difficile dirlo, forse è probabile che nel nostro paese venga amplificato un problema più o meno universale.
L'unica cosa sicura è che, se vogliamo preservare l'incolumità dei Falcone e Borsellino di oggi e domani - che, malgrado tutto, esistono ancora - la loro protezione deve consistere in una forte azione popolare: come ben aveva capito Falcone, si elimina la persona scomoda prima di tutto isolandola mediaticamente. A breve entrerà nel vivo il processo sulla trattativa Stato-Mafia degli anni anni Novanta, che persone molto in alto nella gerarchia del potere - tanto in alto da occupare anche qualche importante Colle - vorrebbero ridurre al silenzio, incredule sul fatto che lo Stato possa giudicare e condannare se stesso: non permettiamoglielo, facciamogli capire che lo Stato siamo (anche) noi, spesso nostro malgrado.

sabato 11 maggio 2013

Stelle cadenti?

Non è un mistero la mia insofferenza verso le critiche al M5S, specialmente per quelle 'di sinistra'. Per questa ragione non penso di essere etichettabile come prevenuto, 'troll' o peggio se illustro quelli che secondo me sono i veri punti critici del M5S e del Grillo-pensiero, cercando di proporre  considerazioni in qualche modo originali, che non siano le solite trite e ritrite da giornali e TV.
"Le idee non sono di destra o di sinistra, ma buone o cattive"
Possiamo (forse dobbiamo) discutere anche all'infinito sul superamento della classica dicotomia destra-sinistra, tuttavia distinguere le idee tra 'giuste' e 'sbagliate' significa semplicemente riproporre il solito refrain neoliberista per cui esistono misure 'economiche' o 'antieconomiche'; ricalca né più né meno il motto dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico Schroeder per cui la “politica economica non è di Destra o di Sinistra, ma buona o cattiva”. 
Ridurre la politica all'economia nquindi non è per nulla rivoluzionario, anzi. Se Grillo stesso chiede il referendum su alcuni temi, in passato per l'Euro oggi per il principio dello ius soli, forse è proprio perché la bontà delle idee non è così immediata e scontata.
"Per risolvere i problemi occorre gente onesta e capace"
Potremmo chiamarlo il 'teorema di Marco Travaglio'. Ritengo l'idea per cui tutti i nostri problemi siano dovuti alla corruzione e all'incompetenza molto reazionaria, perché di fatto salvaguarda il sistema scaricando ogni responsabilità su chi lo amministra. E' anche un ragionamento molto miope, perché non si chiede ad esempio se, in un'economia globalizzata fatta di flussi finanziari virtuali e di colossi economici che spadroneggiano incontrastati per il globo, forse corruzione e caste  neo-feudali  siano una conseguenza logica e inevitabile, non una stortura.  E' ovvio che bisogna combattere la corruzione e promuovere il merito - troppo ovvio: le tautologie e il buon senso non sono categorie politiche - ma occorre evitare di puntare il dito in un'unica direzione, solo parzialmente giusta.
"Uno vale uno"
Questo motto, che si propone come massima espressione di partecipazione democratica, in realtà la svuota di gran parte dei suoi contenuti. Anche nella democrazia rappresentativa tradizionale 'uno vale uno', il problema è che solo pochi di questi 'uno' possono realmente partecipare alla vita politica. Se la democrazia diretta si riduce a votare qualche proposta on line, alla fine hai leggermente migliorato il sistema politico tradizionale ma nulla più. Democrazia diretta invece significa innanzitutto agire direttamente.
Se poi usciamo dall'ambito meramente elettorale, 'uno vale uno' è semplicemente una solenne bugia. Non è così nella società reale - ma neanche in quella online: solo pochi 'uno' possono dedicare molto tempo alla pratica della Rete - e non è così nel M5S, non da oggi. Forse sarebbe bene distinguere il concetto di uguaglianza dei cittadini (per diritto e dignità) da quello di 'contare', altrimenti si raccontano solo favole per di più poco edificanti 

"Vaffanculo, punto g, zoccola, sono morti, Gargamella ecc."
Beppe Grillo è un comico che, come ama ripetere, si farebbe uccidere per una battuta. Non c'è nulla di male finché fai il comico, anche a scopo di promozione politica e sociale. Finché si tratta di satira, nei limiti del buon gusto, si possono fare abbondanti concessioni anche urtando le sensibilità altrui. 
Il problema però si presenta nel momento in cui Grillo si ritrova (suo malgrado?) a fare da punto di riferimento a un movimento politico. Come ha fatto giustamente notare Andrea Scanzi, quando i parlamentari del M5S provano a imitare Grillo, non solo non fanno ridere ma fanno figure pessime. Ma c'è di più: nel momento in cui Grillo parla da uomo politico, le battute (e le volgarità) hanno solo l'effetto di inficiare quanto di buono può essere stato detto, e non solo per la cattiveria e la faziosità dei media. Chiarelettere ha recentemente pubblicato un libro dove si trascrive una conversazione tra Grillo, Casaleggio e Dario Fo: ecco,  Fo può essere per Grillo un punto di riferimento importante per distinguere le forme della satira da quelle della militanza politica.

 "Il futuro della politica è la Rete"
Se il motto del M5S 'nessuno deve rimanere indietro'  è sincero, allora bisogna al più presto uscire dagli angusti canali digitali della Rete, pur mantenendola come mezzo privilegiato di informazione e organizzazione. Altrimenti potremo creare le più belle comunità virtuali del mondo, ma se il nostro peggior nemico è il vicino di casa, sarà alquanto difficile realizzare cambiamenti sociali significativi.