giovedì 21 marzo 2013

5 Stelle di dolore

Vedo che la tendenza dominante della maggioranza delle persone di sinistra in Italia, deluse dall'esito elettorale, è di fare le pulci al M5S. Credo che si tratti di un atteggiamento estremamente sbagliato e fazioso, animato dal desiderio di attaccare quello che - a torto o ragione - viene visto come il 'nemico' che ha attinto da un bacino elettorale potenzialmente favorevole; ma forse c'è anche di più.
La sinistra deve riflettere sulla sua sostanziale estinzione, ma per farlo occorre evitare pensieri osceni, il peggiore dei quali è sicuramente l'idea che sarebbe stata meglio una netta vittoria del PD - 35%  dei voti, per intenderci -  e il superamento dello sbarramento da parte di Rivoluzione Civile, piuttosto che l'esito effettivo che ha visto la sconfitta dei tre maggiori contendenti (PD, PDL, Lista Monti) e il trionfo grillino. Si tratta di una forma mentis da perfetti reietti del PD, assurda da parte di gente capace di ripetere all'infinito che 'il PD non è più di sinistra'. A meno che, e forse è una triste verità, così come il socialismo sovietico non era il vero socialismo ma era comunque il socialismo 'reale',  PD e SEL rappresentino la sinistra 'realmente esistente'. Se il cattolico Papa Bergoglio vi è più simpatico dell'ex comunista Napolitano, forse avete qualche motivo su cui riflettere...
Estono molti profili discutibili sul M5S, ma non è una critica faziosamente di sinistra che può essere costruttiva. O si capisce il significato dell'elezione dei candidati grillini, quelli di cittadini investiti del ruolo di cani da guardia della politica e quindi necessariamente fuori dagli schemi tradizionali, o altrimenti è meglio tacere. E' assurdo lamentarsi dell'atteggiamento di chiusura nei confronti della televisione e dei giornalisti in generale (di fatto l'elemento che rende speciale e sui generis il M5S) e di loro ipotetiche violazioni della costituzione per la volontà di non concedere la fiducia ad alcun governo ma di valutarlo sui singoli provvedimenti; non ha senso esaltare i comportamenti di Grasso e Boldrini e l'improvvisa svolta 'anti-casta' del PD, facendo finta che ciò non sia dovuto al bisogno di rifarsi una verginità politica persa da tempo.
Il M5S andrebbe sfidato sul vero terreno di battaglia politico, ossia la capacità di rigenerare la società attraverso un nuovo spirito comunitario, che ai grillini riesce solo parzialmente in Rete. Purtroppo, su questo terreno la sinistra ha già fallito da tempo.

venerdì 8 marzo 2013

Adios Hugo

Sembra che le ultime parole di Chavez siano state "non voglio morire", grido disperato delle persone 'qualunque'. E Chavez, qualunque idea si possa avere su di lui, non è stato certamenta una persona 'qualunque'. 
Alla fine degli anni Novanta, quando per intenderci Hardt e Negri parlavano di 'impero' e si vaneggiava di 'nuovo secolo americano', il presidente venezuelano è stata la prima spina nel fianco del Washigton Consensus, il vero iniziatore del divorzio del Sudamerica dagli USA proseguitio con Morales, Correa e i coniugi Kichner.  Sopravvissuto a un colpo di stato e più in generale ai continui tentativi di scalzarlo, forse rappresenta la massima espressione di quella parola oggi di moda per denigrare chi non si piega alla dittatura economica, ovvero 'populismo'. Chavez era riuscito a instaurare un legame particolarissimo con il proprio popolo, dietro la bandiera del socialismo bolivariano aveva costruito uno strano culto della personalità latinoamericano, riuscendo laddove avevano fallito grandi personalità della storia come Robespierre. Non è stato un limpido esempio di democrazia, ma non è stato neppure un tiranno nel senso machiavellico del termine, di governante che usa il potere solo per scopi personali; come il Principe ha raffozato se stesso e lo Stato, certamente usando meno mezzi violenti di quelli consigliati dallo scrittore fiorentino, anche se ha fatto di tutto per far coincidere l'interesse venezuelano con il proprio, un ideale che in Italia è stato incarnato ovviamente solo a parole da Silvio Berlusconi.
Molti si chiedono se la 'diversità' venezuelana sopravviverà al suo leader, e direi che questo sarà un ottimo banco di prova per un giudizio storico nei suoi confronti: in caso negativo, si potrà dire che ha anteposto il suo utile personale al bene del popolo venezuelano. In caso contrario, bisognerà tributargli rispetto, qualunque opinione si abbia di lui.

martedì 26 febbraio 2013

Il sereno dopo lo tzunami

Le analisi politologiche mediamente non hanno mai brillato, di conseguenza anche in occasione di queste elezioni non era il caso di aspettarsi riflessioni particolarmente acute; tuttavia, in alcuni casi la superficialità - quasi sempre ostentata con superba presunzione - è tale che viene da pensare se a farla da padrone sia la faziosità o piuttosto la stupidità.
Oramai saprete tutto del risultato elettore, della vittoria di Pirro del PD, dell'orgogliosa resistenza berlusconiana, dello tzunami a 5 stelle ecc. peccato che dietro alla facciata dei commenti si rifletta una realtà ignorata che dovrebbe pesare come un macigno, ossia su quel 25% di elettori che si sono astenuti dal voto.
Facciamo un primo esempio. In gran parte del paese si stanno stracciando le vesti per il 'miracolo Berlusconi' (titolo de Il Giornale di oggi), questa mattina sentivo una signora allibita che non riusciva a credere all'idea che un italiano su 3 voti per il PDL; beh, fa bene a non crederci, perché non è così, gran parte degli italiani incantati dalle sirene arcoriane sono decisamente rinsaviti. Alle politiche del 2008, il centro-destra si aggiudicò ben 17.063.874 voti, mentre oggi si sono quasi dimezzati (9.923.100). Il PDL perde 6.296.744 voti, mentre il principale alleato, la Lega Nord, si è ridotto praticamente di un terzo (3.024.522 contro 1.390.156). In termini reali, contando cioé anche gli astenuti, tutto il centrodestra ottiene un modesto 21% e il partito del Cavaliere un misero 15%. Con questo metodo di calcolo, anche il 'loser' Veltroni potrebbe rialzare la testa: il suo PD naufragato quattro anni fa si attesterebbe oggi al 35,5%, un vero trionfo. 
Ovviamente non sentirete neppure un accenno a queste considerazioni sui giornali e in televisione. Piuttosto si recriminerà per la mancata leadership di Renzi - un po' come per tanti anni i tifosi hanno recriminato per i 6 minuti di Rivera  nella finale persa con il Brasile a Messico 1970 - evidenziando come il problema sia dovuta alla scelta 'troppo identitaria di sinistra' di Bersani, invece di aver optato per il giovane destrorso Renzi. Insomma, bisogna svoltare sempre più a destra e per giunta nel momento in cui la destra soffre una drammatica emorragia di voti, in nome della lotta al populismo (condotta per altro da una persona la cui bandiera è da sempre la 'rottamazione dei politici').
Per avere un'idea più chiara delle elezioni e della vera entità numerica dei partiti, vediamo le percentuali reali delle diverse formazioni:

M5S                    18,4%
PD                       18,3%
PDL                     15,0%
Scelta Civica         5,9%
Lega Nord            2,9%
SEL                      2,3%


Visto che si stanno facendo delle analisi basate anche sul calcolo degli astenuti, forse varrebbe la pena riflettere su cosa possa indurre una persona a rinunciare a questa diritto. Si tratta solo di individualisti, egoisti con scarso senso civico, come si è soliti pensare? Difficile crederlo.
Come amano ripeterci politici, economisti, giornalisti di ogni colore e orientamento, le azioni del nostro governo devono ispirarsi alle reazioni dei 'mercati' (cioé le principali banche e fondi di investimento del pianeta) e alla tecnocrazia 'europea'. Oggi i veri centri decisionali non sono più i parlamenti, ma ristrette commissioni aperte a una ristrettissima super élite e cda di grandi aziende, nei confronti dei quali la politica istituzionale esercita un azione di controllo e vigilanza pari a quella di un barboncino verso il padrone. E se poi lo scopo della politica diventa quello di imporre sacrifici draconiani in nome dell'utopia del pareggio di bilancio, quale legame può sentire il cittadino nei confronti di uno Stato che pretende concedendo sempre meno? Il M5S risponde con una proposta di trasformazione del sistema, basata su di una visione etica ispirata al principio gandhiano per cui "occorre diventare e il cambiamento che vogliamo vedere": niente conflitti di interesse e precedenti con la giustizia, stipendio dimezzato, niente rimborsi elettorali e finanziamento pubblico. Berlusconi propone invece un voto di scambio basato sulla difesa del privilegio contro qualsiasi residua onorabilità delle istituzioni, sdoganando i bassi istinti della gente nonché quasi ogni forma di delitto. E la sinistra invece, come un perenne Epimeteo sembra in ritardo sui tempi che corrono, blatera di 'responsabilità', 'merito' ed 'equità' fantasticando di liberismo dal volto umano.
Non è facile dire quale governo si profila all'orizzonte, una sola cosa è certa: qualsiasi alchimia si troverà, sarà un governo di minoranza rispetto all'elettorato; e occorrerà comportarsi di conseguenza.  


lunedì 11 febbraio 2013

Deficimus Papam

Conviene commentare la notizia delle dimissioni di Papa Benedetto XVI, anche perché potrebbero passare altri mille anni prima che si ripeta un fatto simile. Il caso precedente era stato quello di Celestino V, che Dante chiamo 'colui che per viltade fece il gran rifiuto', ma che secondo altri (tra cui Petrarca) fu spirito nobile e libero, troppo coinvolto in questioni spirituali per trovarsi a suo agio nel pragmatismo della Curia romana. 
Questo quadro potrebbe anche adattarsi a Ratzinger. Per anni Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l'ex Sant'Uffizio), uomo molto poco pratico e ottimo bersaglio della satira. Si è spesso parlato del suo tradizionalismo in opposizione all'atteggiamento aperto di Giovanni Paolo II, ma si tratta di un fraintendimento assoluto: Wojtyla era conservatore quanto o più di lui, ma era nettamente più mediatico e capace di parlare anche ai non cattolici, cosa che è stata scambiata per un'inesistente apertura. Per una volta potrebbe avere ragione Ezio Mauro nel sostenere che la "modernità irrompe in Vaticano", perché qui siamo di fronte a un vero e proprio licenziamento operato dalla Chiesa Cattolica nei confronti del proprio Pontefice, in modo non molto dissimile al board di una multinazionale che licenza il suo CEO. La scusa delle precarie condizioni fisiche, dopo la lunga agonia fisica del suo predecessore - culminata nel doppiaggio dell'Angelus al telegiornale - non può assolutamente reggere. Tornano invece alla mente le voci delle minacce di morte di qualche mese fa, l'arresto e la condanna del maggiordomo che trafugava documenti segreti: tutti scenari in stile Codice da Vinci che lasciavano intravedere la volontà di indebolire l'autorità di quello che era stato presentato come 'Papa forte' dallo spirito quasi controriformistico.
Le possibilità più probabili sono che o che Ratzinger abbia talmente deluso il gruppo di pressione che lo ha portato al pontificato da volere la sua rimozione, oppure che questi si sia rifiutato di intraprendere una svolta voluta da ampi settori del Vaticano. In un mondo dove le ideologie laiche novecentesche sono fallite o risultano seriamente in crisi, dove latitano autorità morali, la religione può ricoprire un ruolo importante, come testimonia la penetrazione del fondamentalismo islamico, e un Papa teologo, dialetticamente noioso e incline a giochini intellettuali comprensibili solo da ristrettissime élite (vedi la sostituzione della Tiara con la Mitria nello stemma araldico) non sembra affatto congeniale. Non mi stupirei che a Ratzinger succedesse un Ponetifice relativamente giovane, dinamico, magari proveniente da un paese economicamente in ascesa (come il Brasile) avvezzo alla telecamere e alle nuove tecnologie, facendo dimenticare il tremendo fiasco dell'account Twitter papale. Per l'uomo che, smessi i panni papali, ritorna semplicemente Joseph Ratzinger, credo che nulla potrà impedire un oblio più o meno pilotato dall'alto, una clausura in qualche monastero dove possa dedicare gli ultimi anni della sua vita agli amati studi di teologia. 
Qualunque cosa succeda, una cosa è certa: questa svolta è gravida di conseguenze, e non solo per i cattolici. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Non siamo Stati

La sentenza civile della Cassazione che condanna lo Stato Italiano a pagare i danni alle famiglie delle vittime del DC9 scomparso nelle acque di Ustica ha aperto molti dibattiti. Tra le reazioni segnalo il post di Toni De Marchi sul Il Fatto Quotidiano online e l'editoriale di Giulietto Chiesa sul sito di Megachip. Entrambi giungono alla stessa conclusione: non basta che la sentenza civile ammetta dopo tanti anni la verità sull'abbattimento del velivolo, bisogna portare alla sbarra e condannare anche tutti coloro che, nell'ambiente politico e militare, hanno bloccato la verità.
"La verità processuale scoperchia quella montagna di bugie e depistaggi che fin da qualche minuto dopo l’abbattimento fu decisa e messa in atto ai massimi vertici militari e dei servizi di sicurezza italiani. Purtroppo la natura stessa del processo civile fa sì che a essere condannati oggi non siano i veri autori dei depistaggi e delle manipolazioni della verità, ma sia lo Stato, cioé tutti noi” scrive De Marchi, mentre Chiesa, denunciando anch'egli il tradimento dello Stato, invoca anche i nomi di coloro che nelle istituzioni strumentalizzarono le BR, favorirono il sequestro di Moro, contribuirono a vario titolo allo stragismo; insomma, mettere nomi e cognomi ai cosiddetti settori 'deviati' dello Stato.
Non avrei nulla da obiettare e anzi sposerei al 100% queste prese di posizione se si parlasse di 'tradimento dei cittadini' e si evitasse di tirare in ballo lo Stato, in una strana condizione per cui lo Stato risulta traditore di se stesso. Ero solo un ragazzo ma ricordo molto  bene (eravamo nella seconda metà degli anni Novanta, credo) la sicurezza, l'orgoglio se non quasi la protervia con cui Contrada,  invitato a un programma televisivo di Cecchi Paone, difendeva a spada tratta la propria innocenza contro le accuse di collusione con Cosa Nostra, al punto che ingenuamente mi veniva quasi da credergli. Dopo la condanna e le evidenti prove di reato, continuavo a chiedermi come potesse mentire in modo così sfacciato e convinto, arrivando a ipotizzare anche una sorta di sdoppiamento di personalità.
Quando emersero i primi riscontri della famigerata trattativa Stato-Mafia, tutto mi è diventato più chiaro. La rabbiosa protesta di Contrada era genuina e dal suo punto di vista assolutamente legittima, nel senso che che l'ex agente non aveva fatto altro che obbedire agli ordini impartiti assecondando la volontà dello Stato, il tutto ottenendo una condanna invece dell'economio; altro che agente 'deviato'. Quando Igroia afferma che "a lungo lo Stato ha avuto il volto di Contrada" dice una solenne verità, che basterebbe da sola per comprendere perché un processo delicato come quello della trattativa Stato-Mafia non può giungere al suo naturale epilogo; ma questo principio va esteso a molte altre situazioni. Per lo Stato filo-atlantista, intrallazzatore con la criminalità organizzata e con i potentati economici, i vari Moro, Falcone, Borsellino, Ambrosoli erano loro 'deviati' e di ostacolo al perseguimento della politica statale.
Riusciamo davvero a pensare a semplici dipendenti dello Stato che, autonomamente, come tanti capi della Spectre di James Bond, decidono di intervenire autonomamente in alcune delle faccende più delicate della storia italiana? Semplici funzionari dei servizi segreti, della polizia, dell'esercito che decidono di modificare gli equilibri della politica nazionale e internazionale, di alterare le prove di crimini gravissimi, di organizzare stragi? Non possiamo davvero immaginarlo senza scadere nel ridicolo. La "ragion di Stato", ci insegna Machiavelli, come l'imperscrutabile volontà di Dio può apparire ingiusta ma aderisce a una logica superiore che le menti semplici non possono capire. Agli esecutori del lavoro sporco alla Contrada fanno da contraltare le facce presentabili dell'ex ministro Conso e del Generale Mori, che con ogni probabilità sfuggiranno a conseguenze giudiziarie.
Da persona sostanzialmente atea, sento di poter dire con certezza che il feticcio dello Stato è peggiore di quello della Croce. Senza diventare necessariamente anarchici, occorre mettere da parte ogni ipotesi di Stato 'deviato' o 'schizofrenico' e ragionare a menta fredda. Bisognerebbe chiedersi perché molti degli eroi 'deviati' - Falcone e Borsellino su tutti - provengano dalle file della magistratura, guarda caso l'organo meno 'statale' dell'impianto costituzionale, più decentralizzato e indipendente dai gangli della politica. E soprattutto direi di stare ben attenti a dire che "lo Stato siamo noi": noi, la società, semplicemente paghiamo le conseguenze dei suoi atti.   

domenica 27 gennaio 2013

Memoria senza conoscenza, frutto avvelenato

Oggi 27 gennaio, giorno della Memoria, sono obiettivamente contento che sia domenica e di non essere a scuola e di non dover fare il solito discorso di circostanza che spetta al docente di italiano e storia. Comunicazione di servizio: chiedo di proseguire la lettura prima di cominciare con assurde giaculatorie sull'antisemitismo, il fascismo o peggio ancora l'estremismo filo-palestinese, ecc. che non c'entrano assolutamente nulla.
L'Olocausto è stato senza dubbio un evento che, a prescindere dall'entità numerica del genocidio, è assolutamente senza pari nella storia umana per la sistematicità industriale con cui è stato compiuto; un crimine messo in pratica per altro non da mostri ma, come sottolineò giustamente la Arendt, da freddi burocrati come ce ne sono tanti nella società attuale. E, aggiungo io, dopo l'Olocausto e Hiroshima qualunque altra distruzione di massa che non sia altrettanto calcolata e devastante appare, se non proprio legittima, ridimensionata proprio per la portata di tali abomini. Alla luce di tutto ciò, come spiegare la mia allergia per il giorno della Memoria?
Ricordo un'iniziativa politica dove Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione delle vittime della strage di Bologna, lamentava che i riflettori dei media si destassero solo ogni 2 agosto, per poi far tornare tutto nell'oblio, e metteva in guardia da quella che chiamava 'memoria senza conoscenza'. Se bisogna essere totalmente cinici e insensibili - o dei fanatici fascisti - per non provare commozione per delle vite innocenti strappate senza colpa, ben altra cosa è ricordare le complicità nella strage e avere una chiara cognizione dei fatti, cosa evidentemente sfuggita dal momento che molti uomini politici implicati - come quasi tutti gli appartenenti alla loggia massonica P2 - hanno continuato indisturbati la propria carriera politica; soprattutto, sono state dimenticate le complicità degli organi dello Stato nella realizzazione delle attentato e nel depistaggio delle indagini.
Qualcosa di molto simile avviene annualmente con l'Olocausto. Trasformato in evento da calendario, che permette ai giornali di preparare bozze preconfezionate e alle televisioni di dedicare la prima serata a Schindler's list o La vita è bella, la celebrazione dell'Olocausto diventa un semplice ammonimento a 'non ripetere mai più' questo crimine, fossilizzandolo nel tempo e nello spazio. Nel momento infatti in cui lo 'celebriamo', automaticamente ce lo mettiamo alle spalle. E se la retorica dei sentimenti non lascia spazio all'analisi razionale, allora il rischio di trasformare tutto in una gigantesca mistificazione è elevatissimo.
Angela Merkel ha parlato ieri di 'colpa perenne del popolo tedesco'. La cancelliera sa bene che il suo popolo durante il nazismo, per quanto sicuramente ignaro dell'esistenza dei campi di sterminio, aveva in qualche modo intuito che il destino riservato agli ebrei non era esattamente dei migliori. Questa è la colpa storica di tedeschi, italiani e di tutti quei popoli che hanno acconsenito alla deportazione e alle leggi razziali: non lo sterminio in sé, responsabilità di comandanti ed esecutori, ma aver acconsentito a creare le condizioni perché ciò potesse verificarsi. 
Se ragioniamo nella prospettiva della conoscenza e non della semplice memoria, l'Olocausto da evento fossilizzato nel tempo diventa straordinariamente attuale, e non tanto per i deliri di qualche neonazista ancora in circolazione. Ad esempio tutti noi persone civili e democratiche, ogni volta che acquistiamo merci rallegrandocene del prezzo straordinariamente basso, sospettiamo che all'origine ci siano processi produttivi di cui non andare esattamente fieri. Possiamo non conoscere l'abbietta realtà delle fabbriche del suicidio cinesi come Foxconn, possiamo ignorare completamente cosa c'entrino il coltan e il Congo con i nostri telefoni cellulari, possiamo abbozzare solo vagamente l'entità dell'assottigliamento delle calotte polari o della deforestazione. Ma il tarlo del dubbio, a chi più a chi meno, rosica le nostre menti; siamo ben consapevoli del fatto che 'qualcosa non va'.
Ha destato scandalo la dichiarazione di Lumumba Stanislaus Diaping, un delegato sudanese alla Conferenza sul clima 2009 di Copenaghen, riguardo l’accordo finale raggiunto: "È una soluzione basata sugli stessi valori che, secondo la nostra opinione, hanno portato sei milioni di persone in Europa nelle camere a gas"; in realtà aveva assolutamente ragione. Se l'Olocausto come fenomeno storico è stato sconfitto e, in quelle forme e in quelle proporzioni, è destinato probabilmente a non ripetersi mai più, l'ideologia della Shoah - ossia che esistono dei fini superiori avulsi da qualsiasi considerazione etica e che possono prevedere un tributo di sacrifici umani - ha trionfato ed è dominante. E si è drammaticamente consumato quello che Primo Levi, presentando il libro Vizio di forma, chiamò la fine della tecnica come fattore di progresso.
Da questo punto di vista, insistere sul carattere di unicità dell'Olocausto rischia di essere fuorviante. E' più probabile che l'Olocausto sia la forma estrema di un processo di produzione-distruzione che contraddistingue la società occidentale dal 1600 a oggi, e che ha avuto come principali manifestazioni il capitalismo, l'industrialialismo, il scientismo e lo sviluppo tecnologico acritico. Ne consegue quindi che Berlusconi, dichiarando che il fascismo ha fatto bene a parte per le leggi razziali, può anche essere in buona fede, come i moltissimi che sostengono la liceità delle fabbriche asiatiche (che assomigliano moltissimo ai campi di lavoro, se non a quelli di sterminio) o delle misure discriminatorie contro gli immigrati. Per queste persone, il giorno della Memoria rappresenta lo sconfinamento dalle colonne d'Ercole del mare del dominio legittimo; altri invece vogliono lasciare questo mare con tutte le loro forze. 

sabato 19 gennaio 2013

Stato con le palle, ma sopra gli occhi

Ha ragione Debora Billi: non ha senso lagnarsi per gli strali di Grillo contro i sindacati,  in diversa misura tutti lontani dai lavoratori che dicono di tutelare e sempre più espressione di logiche corporative; specialmente se l'alternativa prospettata è l'autogestione dei lavoratori (non male per chi veniva presentato fino a qualche giorno fa come un fiancheggiatore di Casapound). 
Il vero problema semmai è che Grillo vuole anche "uno Stato con le palle", e il politically correct c'entra molto poco - non ha senso parlare di lotta alla discriminazione con chi non la riconosce come problema. La recente esperienza argentina di autogestione operaia (le cosiddette 'fabbriche recuperate') successiva alla crisi del 2001 dimostra ampiamente che questi esperimenti diventano possibili quando lo Stato ha subito una quasi completa evirazione, quindi non sembra una buona idea inserire i due concetti nella stessa frase come ha fatto il comico genovese.
E poi, in definitiva, che cos'è uno "Stato con le palle"? Si dimostra iper-sensibilità ammettendo che suona come espressione molto fascista? E perché 'abolire' i sindacati, di chi deve essere questo compito, dello Stato 'potente' (in tutti i sensi del termine)? Perché non invitare semplicemente i lavoratori a restituire la propria tessera sindacale e lasciare che le organizzazioni si riducano a dei gusci vuoti?
Ma c'è un problema ancora più grosso e insormontabile... nella prospettiva di un autogestione dei lavoratori il sindacato è un problema, ma il padronato ancora di più e Grillo non ha proposto di 'abolirlo'. Ma forse è inutile analizzare troppo a fondo.
Grillo è un comico che non ha smesso di fare il comico entrando in politica, ha ammaesso che si farebbe "ammazzare per una battuta" e quindi non vale la pena di fare troppo la tara alle sue parole (ma di conseguenza anche di prenderlo troppo sul serio). Sarebbe il caso di essere ben più critici verso il leader politico di centro-sinistra, presunto socialdemocratico, che promette di non applicare nessuna imposta patrimoniale perché farlo sarebbe gesto da Robespierre o Saint-Just, un presuntuoso che parla di voto utile e vorrebbe costringere una formazione politica neppure alleata di desistere dalla competizione elettorale solo per farlo vincere, un ragionamento degno dello spessore intellettuale di un bullo di periferia. Speriamo piuttosto che il M5S approfondisca il tema dell'autogestione e, per il bene di tutti, le palle continui a romperle e non decida di impiantarle a uno Stato castrato.