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domenica 19 aprile 2015

I Draghi e la Freemont

"Nemmeno 600 milioni di euro destinati a piovere sulle buste paga dei lavoratori Fiat riescono a ricucire il fronte sindacale che si contrappone a Sergio Marchionne", sbotta il giornalista Flavio Bini dalle pagine dell'Huffington Post Italia, il quale, con uno dei suoi soliti titoli a effetto, aveva annunciato che 'Marchionne mette fine al conflitto capitale-lavoro', per la scelta di legare unilateralmente gli aumenti contrattuali agli utili aziendali di FCA ('far partecipare i lavoratori agli utilizi aziendali', nel linguaggio delle PR).
Con ogni probabilità, si tratta di uno dei più grandi successi del padronato degli ultimi anni, perché slega gli aumenti da qualsiasi competenza o 'merito' dei lavoratori (per usare espressioni molto in voga) per sottometterli ad azioni di responsabilità esclusiva del management perché, a differenza di quanto accade in Germania, i sindacati non sono membri del consiglio di amministrazione. Destini dei lavoratori che dipenderanno da capolavori tecnologici quali la Freemont.
Ma di cosa preoccuparsi, la ripresa economica non è forse arrivata? Su Repubblica, leggiamo di un Mario Draghi rinsavito dall'attentato ai coriandoli precisa che "i driver sono bassi prezzi del greggio e le nostre decisioni di politica monetaria", cioé insomma ci troviamo di fronte a una situazione totalmente artificiosa, che non può durare nel tempo, forse giusto il tempo che si inceppi la 'locomotiva' statunitense, che dovrà fare i conti con il picco dello shale gas. Prima ci rendiamo conto di tutto questo ed è meglio per tutti, passando da Landini a Marchionne.

mercoledì 12 novembre 2014

W lo sciopero del ponte!

Non sono mai stato iscritto al sindacato né mai lo sarò. Non mi basterebbe un intero blog per riportare tutte le mie critiche sulla CGIL e l'apparato sindacale in genere. Tuttavia, non ho problemi ad ammettere quando ne combinano una giusta. E lo sciopero generale organizzato per il venerdì 5 dicembre, in modo da creare una sorta di 'ponte' con il sabato, la domenica e la festa dell'Immaccolata Concezione, è veramente una buona idea, che purtroppo però il sindacato dalle prime reazioni alle critiche ('nessuno ci aveva mai pensato, è una coincidenza, ecc') sta già rovinando.
Partiamo dalle polemiche che stanno piovendo dagli ambienti dalla politica e da Twitter, il moralizzatore digitale del XXI secolo: 'perdita di credibilità del diritto di sciopero', 'espediente per far astenere più lavoratori'. Quest'ultima, nell'epoca in cui la politica è ridotta a marketing, dovrebbe essere interpretata come un complimento, specialmente se nella satira i sindacalisti vengono dipinti arretrati come fossili paleozoici. Nell'era in cui si rischia di sfasciare il bilancio dello stato per dare 80 euro in più in bustapaga prima delle elezioni, non mi sembrerebbe un peccato mortale. La prima critica, invece, sembra legata a una versione riveduta e corretta dell'etica protestante del lavoro.
A chi grida al fankazzismo, vorrei ricordare che la giornata di sciopero viene trattenuta sulla busta paga, contribuzione compresa. Chi sciopera sceglie di rinunciare al salario per aderire a una rivendicazione o, come sostengono molti malpensanti, se ne sta a casa a dormire di più e a farsi un giorno di libertà dal lavoro, un atto quindi scevro da intenti politici.
Quello che oramai la nostra civiltà, accecata dal delirio della produttività e del lavoro, non riesce proprio a comprendere, è che rinunciare a una giornata di stipendio per averne una libera è una rivendicazione eminentemente politica. Non lo sono l'assenteismo e tutti gli stratagemmi per percepire salario senza ottemperare ai propri doveri, ma questo gesto alla luce del sole - e del tutto sulla propria pelle - lo è. Il lavoratore compie l'atto più responsabile che possa fare una persona adulta e matura, ossia stabilire un ordine di priorità: prima la mia vita, poi le esigenze lavorative. Antepone una giornata con la famiglia, gli amici, a dedicarsi agli hobby ecc alla quota di salario di quella giornata, tutto questo nella società più mercificata che la storia umana ricordi, dove il denaro è la principale divinità adorata. Un'azione molto più politica di pagare una tessera o mettere la croce su di una scheda elettorale, per certi versi quasi ribelle.
Ma forse, come dicevo prima, viviamo in una società dove regna l'etica protestante del lavoro, io non me ne sono accorto a per fortuna renziani e Twitter mi riportano alla realtà. Chiedo venia, anche se devo rimproverarli perché anch'essi dimostrano di non essere sempre aggiornati nelle loro censure morali.
Giusto la settimana scorsa, Sergio Marchionne, annunciando l'operazione di spin off del titolo azionario della Ferrari, è riuscito a far salire la quotazione in borsa al punto che l'AD di FIAT e presidente di Ferrari ha deciso di esercitare i diritti sulle sue stock option, guadagnano sull'unghia 10,7 milioni di euro (le relative tasse verranno pagate in Svizzera). Siamo sicuri che renziani e twitteriani vari, se l'avessero scoperto, avrebbero gridato allo scandalo e rivisto le loro categorie di 'credibilità' e soprattutto di 'fankazzismo'

giovedì 11 ottobre 2012

Wrestlcommedia

Nel mondo del wrestling, sport entertaiment predeterminato a tavolino, esistono degli autori che hanno il compito di trasformare i lottatori in personaggi che, in base a delle storyline, saranno riconosciuti dal pubblico come 'face' (buoni) o heel (cattivi): ogni tanto un personaggio compie un 'turn', passando da face a heel o viceversa. Nello scenario politico italiano, l'eterno giovane Matteo Renzi nasce sicuramente come face, outsider uscito a sorpresa (?) vincitore delle primarie per il comune di Firenze, rottamatore dei vecchi politicanti; poi, causa certe uscite infelici più o meno note (vedi l'invito segreto a casa di Berlusconi, la difesa a spada tratta degli inceneritori), alcune cadute di stile (la recente polemica con il blogger satirico Zoro, ad esempio) e un certo malcelato opportunismo in vista della corsa alle primarie del PD, Renzi ha cominciato pericolosamente a turnare heel. Ma per fortuna ci ha pensato uno degli heel per eccellenza del panorama italiano, il 'cattivo' e antipatico Sergio Marchionne, a riportare su la stella del sindaco fiorentino, con una uscita su Firenze che forse neppure gli autori del wrestling avrebbero mai messo in bocca al più crudele dei lottatori. Così, dopo il Renzi-Obama italiano, il Renzi-rottamatore, il Renzi-fiero partecipante della ruota della fortuna, il Renzi scrittore, il Renzi-che prende voti dalla destra, abbiamo adesso anche il Renzi 'de sinistra' vendicatore della parola tradita degli operai di Pomigliano. Tutto molto bello e avvincente, proprio come uno spettacolo di wrestling: i lottatori sembrano scannarsi di santa ragione, invece mettono in pratico un canovaccio prestabilito cercando di renderlo il più verosimile possibile, fuori dal ring e dalle arene sono amici o quantomeno colleghi affiatati che collaborano al fine di una recita realistica. Nel caso di Renzi e Marchionne, forse gli autori hanno calcato un po' troppo la mano...

sabato 15 gennaio 2011

Lo storico Marchionne

"Un giorno storico" l'ha definito Marchione, la vittoria con il 54% dei consensi al referendum di Mirafiori. "Un'importante occasione di rilancio", un salvataggio dell'automibile impossibile senza la riduzione delle pause pranzo e la rinuncia alla scelta dei delegati sindacali da parte dei lavoratori. A questo punto, è lecito attendersi che l'accordo fagociti qualsiasi altro diritto del lavoro, del resto quello torinese è figlio del precedente di Pomigliano, un virus che CISL e UIL promettevano sarebbe rimasto circoscritto e che invece è dilagato. Con destra e sinistra quasi compatte nell'applaudire al trionfo di Marchionne, alla FIOM e a chi crede ancora nel diritto resta la scelta tra due opzioni: cercare di ritornare a un passato sempre meno possibile, oppure contestare alla radice le scelte produttive, come quella dell'automobile, che conducono a una dittatura imprenditoriale. Sperando che in futuro ci siano 'giorni storici' diversi da questo.

mercoledì 8 settembre 2010

Sindacati e automobile: il momento della verità

Alla fine Federmeccanica ha ceduto: dal primo gennaio 2012, assecondando i desideri della FIAT, il contratto dei metalmeccanici firmato nel 2008 anche dalla FIOM verrà disdetto. Le ragioni sono ben note, ossia estendere il 'modello Pomigliano' a tutta l'Italia in nome della flessibilità necessaria per competere sul mercato globale. CISL e UIL hanno già fatto sapere - ma non è una notizia - di convidere la scelta e di essere pronte a collaborare con Confindustria per questo nuovo 'patto sociale'.
Per la FIOM e per tutti coloro che non vogliono accettare i diktat dei vari Marchionne è il momento della verità, un momento storico fondamentale da cui dipende il benessere delle future generazioni di lavoratori ma non solo. Per farla breve, bisogna fare una scelta tra l'autombile e la libertà. Difendere a oltranza il vecchio modello fordista non farà altro che rafforzare la posizione degli imprenditori, i quali forse davvero hanno trovato l'unica ricetta possibile per far sopravvivere un mercato asfittico come quello automobilistico.
Ma perché questo accanimento terapeutico nei confronti dell'automobile? Perché sperare in una diffusione di massa nei paesi in via di sviluppo, accelerando il disastro ambientale? Perché riproporla nell'Occidente industrializzato che patisce da decenni le conseguenze economiche, sociali e ambientali di questa scelta scellerata?
Solo il coraggio di progettare una riconversione industriale attenta al futuro può ridare una speranza. Altrimenti, si può starne certi, a rimetterci non saranno soltanto le tute blu.

giovedì 26 agosto 2010

Quando Marchionne ha ragione

Sergio Marchionne, l'uomo che finora ho ammirato esclusivamente per il tenace attaccamento al maglione anche in piena estate - chissà se indossa sempre lo stesso oppure ne ha uno stock - mi ha dato un'altra ragione per stimarlo dopo il suo intervento al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, dove ha sentenziato che è necessario "un nuovo patto sociale". Dopo tante critiche, bisogna dargli atto che questa volta ha perfettamente ragione.
E' necessario che la società stabilisca una volta per tutte, nero su bianco, quali sono le priorità e gli obiettivi che si pone, altrimenti si rischiano pericolose degenerazioni arbitrarie. Potrrebbe capitare, ragionando per assurdo, che un'impresa privata, dopo aver ricevuto lauti sovvenzionamenti pubblici, si comportasse sprezzantemente come se avesse sempre pagato di tasca propria, e si sentisse in pieno diritto di smantellare la produzione italiana per delocalizzarla altrove.
Ma forse l'AD di FIAT, di cui è nota la profondità di pensiero, voleva spingersi un po' più in là con il suo ragionamento. Forse vorrebbe che la società si interrogasse sulle sue necessità reali, sulle prospettive economiche e sulla salute del pianeta: ad esempio, avrebbe senso mantenere la produzione di un comparto la cui domanda è oramai satura e e un'eventuale espansione comporterebbe gravi problematiche di carattere ecologico?
Marchionne ha perfettamente ragione anche quando teme i sabotaggi. Con i tempi che corrono, con la giustizia e il diritto ridotti ai minimi termini, si potrebbero aprire scenari veramente inquietanti. Potrebbe capitare - ammetto di essere un po' catastrofista - che qualcuno proponga accordi dove si chieda di rinunciare a garanzie costituzionali; addirittura potrebbe capitare (e qui chiedo venia perché adesso esagero davvero) che questo qualcuno potrebbe non solo imporre simili intese, ma addirittura farle approvare per poi disattenderle e chiedere continue rinegoziazioni.
Ma la parte dove Marchionne ha tutte le ragioni del mondo è quando dice: "Basta conflitti tra operai e padroni, in Italia paura del cambiamento". Ha ragione: basta! I conflitti tra opera e padroni avevano senso nella vecchia società fordista, quando si pensava che lo sviluppo industriale fosse positivo a prescindere e che l'unico problema consistesse nelle condizioni di lavoro. Oggi, con il fallimento sociale e ambientale dell'industrializzazione sotto gli occhi di tutti, i nuovi conflitti devono essere semmai tra padroni e resto del mondo.
L'unico punto sul quale ci sentiamo in diritto di correggere leggermente Marchionne è che non solo l'Italia, ma tutto l'Occidente e i nuovi paesi emergenti, ahimé, temono il cambiamento. Purroppo comandano ancora classi dirigenti che vedono nel PIL un parametro di benessere, che puntano ancora su produzioni nocive, che non sono interessate alle tematiche ambientali e sociali. Nel XXI secolo, esistono ancora imprenditori che puntano la loro efficienza sulla manodopera a basso costo alla ricerca per il mondo di paesi da sfruttare, roba da Inghilterra dell'età vittoriana. Ma il vero scandalo, e qui plaudiamo sinceri insieme a tutto il gotha confindustriale, è il sindacato: di fronte a tutti questi problemi sembra far finta di non vedere e tutto quello che sa fare è proporre timidi miglioramenti all'insegna del 'meno peggio'. Alcuni leader sindacali, poi, sembrano più in sintonia con gli imprenditori che con gli iscritti.
Per tutti questi motivi, aderiamo convinti alla proposta di Marchionne di un nuovo patto sociale. Se lo dice lui vuol dire che è proprio arrivato il momento.

sabato 10 aprile 2010

La Cina è vicina, ma la Fiat di più

Scontro fra titani ieri al convegno di Confindustria di Parma, dove l’Amministrato delegato Fiat Marchionne, solitamente abbastanza sobrio e morigerato (a parole, si intende; nelle chiusura di stabilimenti e nelle delocalizzazioni è sempre stato molto più estroverso) questa volta si è letteralmente scatenato, complice la presenza del leader CGIl Epifani. Per farla breve, Marchionne ha sostenuto che l’Italia deve diventare come la Cina, e avere come punto di riferimento la vertiginosa crescita economica del colosso asiatico, stimabile nel 9,5% all’anno. "L'industria ha l'obbligo di cercare tutte le condizioni per competere, ma i sindacati invece di ripetere le stesse cantilene - qui l'ovazione dei presenti - devono diventare parte della soluzione", cioè dovrebbero accettare supinamente il massacro dei diritti dei lavoratori; e quando Epifani ha blandamente ricordato che la crescita della Cina si deve per lo più a un regime dittatoriale che impone condizioni sul lavoro praticamente schiavistiche, Marchionne ha ironizzato: "Mi fa piacere che si preoccupi della qualità della vita in Cina". Purtroppo ha parlato con tono molto meno scherzoso quando ha annunciato la chiusura della stabilimento di Termini Imerese a fine 2011.
Nonostante le bestialità affermate, l’AD Fiat è sicuramente uscito vincitore dallo scontro con Epifani, perché è riuscito a far apparire il sindacato come una palla al piede per il paese: eppure sarebbe bastato davvero poco per ribaltare la situazione e irridere le concezioni del grande industriale.
Innanzitutto si poteva chiedere qual è il senso della crescita per la crescita, interrogarsi sul motivo per cui gli italiani dovrebbero rinunciare a gran parte del loro benessere per aumentare la produzione di chissà quali prodotti, magari altri milioni di porcherie a basso costo da aggiungersi a quelle che già inondano i nostri mercati? Dovrebbero accettare condizioni ecologiche e ambientali (oltre a quelle salariali) al limite della sopravvivenza, come accade in gran parte della Cina? Per fare un piacere al fatturato della Fiat?
Ci sarebbe stato però un argomento che avrebbe spiazzato per sempre Marchionne e tutti i soloni della crescita economica: sono i cinesi stessi a consigliare di non seguire il proprio modello, e non si tratta di gruppi dissidenti di opposizione, ma delle massime autorità del regime, e non da oggi. Nel 2007 il primo ministro Wen Jiabao nella sua relazione all’Assemblea Nazionale del Popolo esprimeva il forte timore di una ‘esplosione’ della Cina, e metteva in guardia sulla necessità di vincolare l’incremento del PIL all’8%, soglia oltre la quale avrebbe significato sprecare soldi ed energie in progetti inutili e sconsiderati, a forte rischio di impatto ambientale. Per finire, Wen Jiabao si dimostrava preoccupato sul fatto che la crescita eccessiva potesse danneggiare ‘l’armonia sociale’, e questo in una nazione dove è possibile rispondere alle contestazioni in modi sicuramente molto poco ‘armonici’. (il rapporto è consultabile da varie fonti sul Web). Se quindi dobbiamo dare retta al loro stesso primo ministro, la Cina del 2010 ha disatteso l’imperativo categorico di contenere la crescita, e grossi guai sono all’orizzonte, che però toccheranno l’intero pianeta, incapace di contenere le manie di grandezza della Cina.
Contagiato dal delirio comico di Marchionne, ci ha pensato Colaninno a chiudere degnamente la serata tra l’ilarità generale della platea degli industriali: "In Cina dovremo esportare Epifani". Non sarebbe una cattiva idea farlo accompagnare da certi industriali sempre pronti a reclamare aiuti (di stato) per se stessi e sacrifici per gli altri.