Ancora una volta ci vediamo costretti a dare ragione agli integralisti cattolici: i cristiani sono effettivamente perseguitati nel mondo, persino nei paesi occidentali, e in taluni casi addirittura subiscono delle offese paragonabili a quelle dell’antisemitismo hitleriano, come accusava il tanto vituperato Padre Raniero Cantalamessa. Che cosa si può dire infatti di fronte a un gruppo di fedeli che si vede costretto a rinunciare alla processione pasquale perché il priore si è ritrovata l’abitazione crivellata da colpi di fucile sparati da misteriosi cecchini?
Questo fatto non è avvenuto né in Nigeria né in altra nazione soffocata da conflitti religiosi, bensì a Sant’Onofrio provincia di Vibo Valentia, in una regione come la Calabria nota per religiosità della popolazione. A dire il vero gli autori di questo gesto criminale non sono tanto misteriosi: in quel paese andava tutto bene “fin quando il vescovo di Mileto, Luigi Renzo, ha deciso di far girare per le parrocchie della provincia un "direttorio", un regolamento interno, per le "buone pratiche" nelle manifestazioni pubbliche. E tra le "raccomandazioni" del vescovo proprio quella di tenere lontane dalle processioni le "persone discusse". Un'indicazione seguita dal parroco don Franco Fragalà e dal priore della confraternita che si occupa del sorteggio dei nomi dei portatori, Michele Virdò. Un elenco che non è piaciuto ai boss” (http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/05/news/ndrangheta_processione_pasqua-3135498/). La colpa quindi è ben chiara: l’invito a escludere i pezzi grossi dell’Ndrangheta, che notoriamente si ritengono delle persone pie e timorate di Dio.
Il Vaticano avrebbe tutto l’interesse a diffondere questa notizia urbi et orbi, non solo per esaltare il coraggio degli ecclesiastici coinvolti e non farli sentire isolati, ma anche per dimostrare che la Chiesa non è solo quell’apparato affaristico che molti anticlericali rappresentano; anzi, è dalla parte della giustizia contro l’oppressione criminale, anche quella espressione della potenza mafiosa. Con un po’ di cinismo, si può affermare che non c’era spot migliore per redimersi in qualche modo rispetto alle accuse sulla copertura e l’insabbiamento dei casi di pedofilia commessi dai membri del clero per il mondo.
Evidentemente in Vaticano hanno preferito non approfittare di quest’opportunità, perché si è evitato qualsiasi riferimento. Durante la cerimonia pasquale, sconvolgendo il rito tradizionale (e poi dicono che Ratzinger è un conservatore!) prima del messaggio del Papa è intervenuto il Cardinale Sodano: “Tutta la Chiesa è con lei. Il popolo di Dio non si lascia impressionare dal chiacchiericcio del momento, dalle prove che talora vengono a colpire la comunità dei credenti”. A parte il buon gusto discutibile di consolare il Papa sul fatto che i fedeli, nonostante tutto, gli vogliono ancora bene, forse a Sant’Oforno potrebbero ricordare a Sodano che alcuni cristiani vengono ‘colpiti’ nel vero senso del termine, e non da chiacchiere. Del resto bisogna capirlo: uno come lui, che è stato imperturbabile nunzio apostolico nel Cile di Pinochet, difficilmente si fa impressionare da qualche pallottola sui muri.
martedì 6 aprile 2010
sabato 3 aprile 2010
Necessità di decrescita anche 'virtuale'?
Siamo soliti considerare l’informatica e la Rete come degli sviluppi tecnologici che possono dare una grossa mano alla battaglia ambientalista: per quanto il processo di costruzione di un computer non sia esattamente ‘pulito’ (al contrario è molto oneroso per l’ambiente), non si può tuttavia mettere in dubbio che la digitalizzazione dei contenuti e il loro trasferimento in tutto il mondo con qualche click di mouse, ad esempio, consenta di risparmiare carta, imballaggi, trasporti e molti altri processi altamente inquinanti; lo stesso vale per strumenti come chat e teleconferenza, che permettono di annullare le distanze senza doverle coprire fisicamente.
Adesso però Greenpeace ci avvisa che non è tutto oro quel che luccica, e che un certo modo di gestire la Rete può addirittura danneggiare l’ambiente, ad opera di internauti inconsapevoli alla stessa maniera di chi, consumando una barretta di Kit-Kat, non sa di favorire il massacro degli oranghi e della foresta pluviale. Ma com’è possibile, dal momento che dal computer e dal monitor non escono emissioni di alcun genere?
“All'attuale tasso di crescita stimiamo che i data center e le reti di telecomunicazione consumeranno quasi duemila miliardi di kilowattora di elettricità nel 2020. È oltre il triplo del loro consumo attuale e più del consumo elettrico di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme”. Sotto accusa in particolare sono I-Pad di Apple e il social network Facebook, i cui giganteschi server saranno probabilmente alimentati da centrali a carbone per fronteggiare la smisurata impennata energetica. Tutto ciò dovrebbe non solo portare alla promozione di campagne di opinione affinché le grandi aziende della galassia di Internet si convertano alle energie rinnovabili, ma far riflettere sul modo in cui viene gestita e impiegata oggi la Rete.
Una decina di anni fa in molti temevano che il massiccio ingresso di contenuti video e multimediali attraverso il Web (favorito dai grandi colossi dell’informazione e dell’entertainment) avrebbe alterato il carattere paritario della Rete, portando gradualmente a un modello broadcasting tipico dei mass-media come la televisione, dove gli utenti sono solo dei fruitori passivi; se tutto ciò non è successo, o solo molto parzialmente, il merito è del mondo hacker che non ha smesso di elaborare tecnologie che valorizzassero il ruolo attivo dell’internauta, e sono sorte così realtà encomiabili tipo Youtube poi diventate rapidamente business.
Ora però la Rete sembra soffrire di una sorta di gigantismo, non per il suo carattere globale che è anzi naturale, ma perché le grandi corporation come Apple la usano mezzo per la trasmissione di servizi sovradimensionati anche per il più esigente degli uomini di affari, miliardi e miliardi di bit che vanno a intasare un pianeta virtuale che, al pari di quello reale, ha capacità di smaltimento enorme ma non infinita. Che sia necessario forse pensare anche a una ‘decrescita’ della Rete? In ogni caso, dobbiamo salvaguardare questa risorsa preziosa prima che possa collassare o peggio ancora trasformarsi in un’altra delle armi di autodistruzione di massa create dallo sviluppo.
Adesso però Greenpeace ci avvisa che non è tutto oro quel che luccica, e che un certo modo di gestire la Rete può addirittura danneggiare l’ambiente, ad opera di internauti inconsapevoli alla stessa maniera di chi, consumando una barretta di Kit-Kat, non sa di favorire il massacro degli oranghi e della foresta pluviale. Ma com’è possibile, dal momento che dal computer e dal monitor non escono emissioni di alcun genere?
“All'attuale tasso di crescita stimiamo che i data center e le reti di telecomunicazione consumeranno quasi duemila miliardi di kilowattora di elettricità nel 2020. È oltre il triplo del loro consumo attuale e più del consumo elettrico di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme”. Sotto accusa in particolare sono I-Pad di Apple e il social network Facebook, i cui giganteschi server saranno probabilmente alimentati da centrali a carbone per fronteggiare la smisurata impennata energetica. Tutto ciò dovrebbe non solo portare alla promozione di campagne di opinione affinché le grandi aziende della galassia di Internet si convertano alle energie rinnovabili, ma far riflettere sul modo in cui viene gestita e impiegata oggi la Rete.
Una decina di anni fa in molti temevano che il massiccio ingresso di contenuti video e multimediali attraverso il Web (favorito dai grandi colossi dell’informazione e dell’entertainment) avrebbe alterato il carattere paritario della Rete, portando gradualmente a un modello broadcasting tipico dei mass-media come la televisione, dove gli utenti sono solo dei fruitori passivi; se tutto ciò non è successo, o solo molto parzialmente, il merito è del mondo hacker che non ha smesso di elaborare tecnologie che valorizzassero il ruolo attivo dell’internauta, e sono sorte così realtà encomiabili tipo Youtube poi diventate rapidamente business.
Ora però la Rete sembra soffrire di una sorta di gigantismo, non per il suo carattere globale che è anzi naturale, ma perché le grandi corporation come Apple la usano mezzo per la trasmissione di servizi sovradimensionati anche per il più esigente degli uomini di affari, miliardi e miliardi di bit che vanno a intasare un pianeta virtuale che, al pari di quello reale, ha capacità di smaltimento enorme ma non infinita. Che sia necessario forse pensare anche a una ‘decrescita’ della Rete? In ogni caso, dobbiamo salvaguardare questa risorsa preziosa prima che possa collassare o peggio ancora trasformarsi in un’altra delle armi di autodistruzione di massa create dallo sviluppo.
venerdì 2 aprile 2010
Il Grillo furioso
Non sembra essere un pesce di aprile il duro commento di Beppe Grillo sulla proposta di De Magistris di realizzare un laboratorio politico tra IDV, Movimento5Stelle e l’area ‘vendoliana’ (“Parla a nome del Movimento 5 Stelle senza averne l'autorità... i passi se li faccia da solo”), che non risparmia neppure il cosiddetto ‘popolo viola’ (“Il popolo viola (chi è?) con le manifestazioni sovvenzionate dai partiti è per lui un punto di riferimento”).
Qualcuno parlerebbe sicuramente di ‘vertigine da successo’, un’espressione utilizzata da Stalin riguardo ai risultati fin troppo positivi ottenuti dai kolchoz. Forse malignerebbe anche sul fatto che, trattandosi di un movimento locale senza coordinamento nazionale, Grillo ha un potere un po’ staliniano sulla sua creatura; oppure verrebbe da pensare che, se fare una proposta è ‘parlare a nome di qualcuno’ che cosa significa chiedere le dimissioni di Bersani (come ha fatto ieri il comico genovese) senza essere tesserato del PD? Di certo questa volta il principio per cui “ognuno conta uno” non sembra essere stato seguito proprio alla lettera, e anche all’interno del blog di Grillo si sono levate voci a difesa di De Magistris. Si potrebbe anche ricordare che, se l’IDV è un partito “come tutti gli altri”, allora forse non era il caso di scrivere la prefazione del libro di Di Pietro.
A parte queste polemiche, a mio parere il vero problema è che l’attenzione si sta spostando dal programma del Movimento, cioè quanto di più avanzato esiste (almeno in Italia) in materia di diritto all’informazione, di alternativa energetica e di tutela ambientale, alla forma dei ‘contenitori politici’ che dovrebbero combattere la deriva berlusconiana. Eppure questo stesso programma in origine doveva essere un ‘virus’ senza copyright pronto a ‘contaggiare’ le varie forze politiche: ora invece si discute del Movimento5Stelle, dell’IDV o di qualsiasi altra cosa come se dovessero essere il fine e non il mezzo per realizzare dei cambiamenti.
Anche l’ammirazione di Grillo per la Lega, in quanto ‘radicata sul territorio’, lascia alquanto perplessi. È vero che sono riusciti a presentarsi come unica forza realmente popolare nel paese, ma non bisogna scordare che Bossi e compagni hanno impiegato molto poco tempo a diventare apparato, alleandosi dapprima con quella piccola-media imprenditoria allergica al fisco e amante del lavoro nero, poi diventando degli alleati di Berlusconi a parole molto indipendenti e riottosi ai diktat, nella realtà assai ubbidienti e fedeli (fatta eccezione per la caduta del primo governo di centro-destra). Mi auguro sinceramente che Beppe non abbia in mente un modello del genere per il Movimento5Stelle.
Qualcuno parlerebbe sicuramente di ‘vertigine da successo’, un’espressione utilizzata da Stalin riguardo ai risultati fin troppo positivi ottenuti dai kolchoz. Forse malignerebbe anche sul fatto che, trattandosi di un movimento locale senza coordinamento nazionale, Grillo ha un potere un po’ staliniano sulla sua creatura; oppure verrebbe da pensare che, se fare una proposta è ‘parlare a nome di qualcuno’ che cosa significa chiedere le dimissioni di Bersani (come ha fatto ieri il comico genovese) senza essere tesserato del PD? Di certo questa volta il principio per cui “ognuno conta uno” non sembra essere stato seguito proprio alla lettera, e anche all’interno del blog di Grillo si sono levate voci a difesa di De Magistris. Si potrebbe anche ricordare che, se l’IDV è un partito “come tutti gli altri”, allora forse non era il caso di scrivere la prefazione del libro di Di Pietro.
A parte queste polemiche, a mio parere il vero problema è che l’attenzione si sta spostando dal programma del Movimento, cioè quanto di più avanzato esiste (almeno in Italia) in materia di diritto all’informazione, di alternativa energetica e di tutela ambientale, alla forma dei ‘contenitori politici’ che dovrebbero combattere la deriva berlusconiana. Eppure questo stesso programma in origine doveva essere un ‘virus’ senza copyright pronto a ‘contaggiare’ le varie forze politiche: ora invece si discute del Movimento5Stelle, dell’IDV o di qualsiasi altra cosa come se dovessero essere il fine e non il mezzo per realizzare dei cambiamenti.
Anche l’ammirazione di Grillo per la Lega, in quanto ‘radicata sul territorio’, lascia alquanto perplessi. È vero che sono riusciti a presentarsi come unica forza realmente popolare nel paese, ma non bisogna scordare che Bossi e compagni hanno impiegato molto poco tempo a diventare apparato, alleandosi dapprima con quella piccola-media imprenditoria allergica al fisco e amante del lavoro nero, poi diventando degli alleati di Berlusconi a parole molto indipendenti e riottosi ai diktat, nella realtà assai ubbidienti e fedeli (fatta eccezione per la caduta del primo governo di centro-destra). Mi auguro sinceramente che Beppe non abbia in mente un modello del genere per il Movimento5Stelle.
Etichette:
De Magistris,
Grillo,
IDV,
Movimento5Stelle,
PD
giovedì 1 aprile 2010
Ratzinger ovvero l'eversione della legge
Forse hanno proprio ragione i cattolici integralisti alla Binetti quando sostengono che le parole del Papa vengono ingiustamente strumentalizzate da mass-media miscredenti; ad esempio, riguardo alle recentissime esternazioni sul dovere del cattolico a trasgredire il diritto non in linea con la dottrina della Chiesa, Ratzinger non si è limitato solo a incoraggiare l’obiezione di coscienza contro l’aborto in tutte le sue forme, ha anzi specificato che si trattava solo di “un esempio”. Il suo discorso è stato molto più complesso e articolato.
"La lotta dei cristiani consisteva e consiste - ha detto Ratzinger - non nell'uso della violenza, ma nel fatto che essi erano e sono tuttora pronti a soffrire per il bene, per Dio. Consiste nel fatto che i cristiani, come buoni cittadini, rispettano il diritto e fanno ciò che è giusto e buono. Consiste nel fatto che rifiutano di fare ciò che negli ordinamenti giuridici in vigore non è diritto, ma ingiustizia."
Ha poi aggiunto: "La lotta dei martiri consisteva nel loro 'no' concreto all'ingiustizia: respingendo la partecipazione al culto idolatrico, all'adorazione dell'imperatore, si sono rifiutati di piegarsi davanti alla falsità, all'adorazione di persone umane e del loro potere". Estrapolate dal loro contesto generale, sembrerebbero quasi affermazioni di un predicatore della teologia della liberazione e, se i cattolici le prenderanno alla lettera, dovremo aspettarci da loro comportamenti molto radicali quasi ai limiti dell’eversione.
Infatti, alla luce di queste premesse, sarà impossibile non opporsi a tutti i tentativi di trasformare la legge nella tomba del diritto, privilegiando il più forte e il più ricco e trasformando l’apparato giudiziario in una macchina repressiva nei confronti dei più deboli. Sarà necessaria quindi una violazione sistematica di leggi come la Bossi-Fini, che introducono il concetto di ‘colpa d’autore’ di hitleriana memoria attraverso la condanna penale della clandestinità, e più in generale di tutte quelle norme che creano disparità sociale in base al paese di provenienza e/o al colore della pelle.
I martiri a loro tempo non hanno dovuto affrontare problematiche come quella della privatizzazione dell’acqua, ma siamo sicuri che oggi combatterebbero in prima linea contro la trasformazione di un bene (o meglio, di un vero e proprio dono di Dio, per il credente) in un lusso privato da pagare profumatamente. E quanto al rifiuto dell’ “all'adorazione di persone umane e del loro potere”? Vi viene forse in mente qualcuno in particolare noto per le sue tendenze, per così dire, neopagane? Di sicuro gli abortisti non sono conosciuti per ricevere particolari adorazioni.
Ecco quindi che la sortita di Ratzinger potrebbe non solo ricevere il plauso di Cota e del PDL, ma anche stimolare reazioni inaspettate da parte di persone di orientamento alquanto differente.
"La lotta dei cristiani consisteva e consiste - ha detto Ratzinger - non nell'uso della violenza, ma nel fatto che essi erano e sono tuttora pronti a soffrire per il bene, per Dio. Consiste nel fatto che i cristiani, come buoni cittadini, rispettano il diritto e fanno ciò che è giusto e buono. Consiste nel fatto che rifiutano di fare ciò che negli ordinamenti giuridici in vigore non è diritto, ma ingiustizia."
Ha poi aggiunto: "La lotta dei martiri consisteva nel loro 'no' concreto all'ingiustizia: respingendo la partecipazione al culto idolatrico, all'adorazione dell'imperatore, si sono rifiutati di piegarsi davanti alla falsità, all'adorazione di persone umane e del loro potere". Estrapolate dal loro contesto generale, sembrerebbero quasi affermazioni di un predicatore della teologia della liberazione e, se i cattolici le prenderanno alla lettera, dovremo aspettarci da loro comportamenti molto radicali quasi ai limiti dell’eversione.
Infatti, alla luce di queste premesse, sarà impossibile non opporsi a tutti i tentativi di trasformare la legge nella tomba del diritto, privilegiando il più forte e il più ricco e trasformando l’apparato giudiziario in una macchina repressiva nei confronti dei più deboli. Sarà necessaria quindi una violazione sistematica di leggi come la Bossi-Fini, che introducono il concetto di ‘colpa d’autore’ di hitleriana memoria attraverso la condanna penale della clandestinità, e più in generale di tutte quelle norme che creano disparità sociale in base al paese di provenienza e/o al colore della pelle.
I martiri a loro tempo non hanno dovuto affrontare problematiche come quella della privatizzazione dell’acqua, ma siamo sicuri che oggi combatterebbero in prima linea contro la trasformazione di un bene (o meglio, di un vero e proprio dono di Dio, per il credente) in un lusso privato da pagare profumatamente. E quanto al rifiuto dell’ “all'adorazione di persone umane e del loro potere”? Vi viene forse in mente qualcuno in particolare noto per le sue tendenze, per così dire, neopagane? Di sicuro gli abortisti non sono conosciuti per ricevere particolari adorazioni.
Ecco quindi che la sortita di Ratzinger potrebbe non solo ricevere il plauso di Cota e del PDL, ma anche stimolare reazioni inaspettate da parte di persone di orientamento alquanto differente.
mercoledì 31 marzo 2010
Ribelle a prescindere
Indro Montanelli è passato alla storia come giornalista ‘controcorrente’, mentre io sono dell’idea che tale titolo se lo meriterebbe molto di più Massimo Fini. Fini infatti non è mai stato accondiscendente verso nessuna forma di potere (credo che in vita sua non sia mai dovuto ‘turare il naso’, a differenza del fondatore de Il Giornale) e non ha mai appartenuto a nessuna lobby, motivo per cui, quando è stato censurato dalla RAI, non ha trovato appoggi di alcun genere all’esterno, similmente a quanto capitato a Luttazzi e diversamente da Santoro e Biagi.
Quando il Movimento Sociale e la Lega erano ostracizzati dai mass-media, lui si è avvicinato a loro e gli ha concesso il diritto costituzionale di esprimersi; quando tutti, da destra a sinistra, glorificavano il libero mercato globale e la crescita economica, lui svelava la miopia di questa visione e preconizzava il rischio del disastro; mentre tutti osannano il liberalismo e la democrazia rappresentativa, lui analizza le ipocrisie e le imposture di un sistema che porta alla creazione di ristrette oligarchie che monopolizzano la vita pubblica.
Autentico libertario, rifiuta qualsiasi tabù intellettuale e ogni genere di politically-correct, non ha paura di denunciare la natura repressiva di leggi contro l’istigazione all’odio razziale o la negazione dell’Olocausto, per fare degli esempi, non perché sia un nazista (come crede più di qualcuno) ma perché crede nel valore assoluto di certi valori. Personalmente, pur non condividendo molte sue idee, non posso fare a meno di ammirarlo, perché davvero ribelle e anticonformista, e sono molto felice che il Fatto l’abbia scelto tra i suoi opinionisti, pur non essendo riconducibile in tutto e per tutto alla linea editoriale del giornale.
Precisato questo, ho il timore che a volte Fini tenga alcuni atteggiamenti da bastian contrario solo per il desiderio di non ‘conformarsi’ a nessun movimento d’opinione di massa, neppure di opposizione,e ciò lo porta a cadere in contraddizioni. Ad esempio, pur destando Craxi, Fini ha sempre condannato come episodio da biasimare la famosa ‘notte delle monetine’ all’Hotel Raphael, eppure è lo stesso giornalista che, tuonando contro i guasti della democrazia rappresentativa, spesso sembra invitare alla ribellione armata, arrivando persino a lodare il generale turco golpista Evren e auspicando (almeno apparentemente) una soluzione del genere per l’Italia.
L’apice è stato però raggiunto da due editoriali pubblicati sul Fatto: uno del 28 marzo dove attaccava le donne con argomentazioni da bar dello sport (motivo per cui la redazione ha sentito l’esigenza di una replica immediata affidata a Silvia Truzzi) e l’altro apparso sul numero di oggi, 31 marzo, dove invita tutte le forze politiche non-PDL a unirsi in una sorta di nuovo Comitato di Liberazione Nazionale (per altro quello originario, che ha coordinato la Resistenza, è stato spesso oggetto di alcuni suoi strali polemici) contro Berlusconi. A suo parere bisognerebbe coinvolgere addirittura la Lega, che oggi rappresenta un vero e proprio apparato politico molto diverso dal movimento schietto e ‘ruspante’ che attirò le simpatie di Fini vent’anni fa, e bisognerebbe evitare critiche a Napoletano (“va incoraggiato invece di attaccarlo in continuazione come fan l’Idv e molti editorialisti del Fatto”, riferimento abbastanza esplicito a Marco Travaglio). Come distinguere il Fini ‘puro e genuino’ da quello ‘pragmatico’ interessato come ogni persona di buon senso a sbarazzarsi della tirannia berlusconiana? E a quale delle due categorie appartiene il Fini-misogino e quello pro-Napolitano?
Caro Massimo, forse sarebbe tutto più semplice esprimersi senza temere di ricevere (troppi) consensi: il conformismo è tutta un'altra cosa.
Quando il Movimento Sociale e la Lega erano ostracizzati dai mass-media, lui si è avvicinato a loro e gli ha concesso il diritto costituzionale di esprimersi; quando tutti, da destra a sinistra, glorificavano il libero mercato globale e la crescita economica, lui svelava la miopia di questa visione e preconizzava il rischio del disastro; mentre tutti osannano il liberalismo e la democrazia rappresentativa, lui analizza le ipocrisie e le imposture di un sistema che porta alla creazione di ristrette oligarchie che monopolizzano la vita pubblica.
Autentico libertario, rifiuta qualsiasi tabù intellettuale e ogni genere di politically-correct, non ha paura di denunciare la natura repressiva di leggi contro l’istigazione all’odio razziale o la negazione dell’Olocausto, per fare degli esempi, non perché sia un nazista (come crede più di qualcuno) ma perché crede nel valore assoluto di certi valori. Personalmente, pur non condividendo molte sue idee, non posso fare a meno di ammirarlo, perché davvero ribelle e anticonformista, e sono molto felice che il Fatto l’abbia scelto tra i suoi opinionisti, pur non essendo riconducibile in tutto e per tutto alla linea editoriale del giornale.
Precisato questo, ho il timore che a volte Fini tenga alcuni atteggiamenti da bastian contrario solo per il desiderio di non ‘conformarsi’ a nessun movimento d’opinione di massa, neppure di opposizione,e ciò lo porta a cadere in contraddizioni. Ad esempio, pur destando Craxi, Fini ha sempre condannato come episodio da biasimare la famosa ‘notte delle monetine’ all’Hotel Raphael, eppure è lo stesso giornalista che, tuonando contro i guasti della democrazia rappresentativa, spesso sembra invitare alla ribellione armata, arrivando persino a lodare il generale turco golpista Evren e auspicando (almeno apparentemente) una soluzione del genere per l’Italia.
L’apice è stato però raggiunto da due editoriali pubblicati sul Fatto: uno del 28 marzo dove attaccava le donne con argomentazioni da bar dello sport (motivo per cui la redazione ha sentito l’esigenza di una replica immediata affidata a Silvia Truzzi) e l’altro apparso sul numero di oggi, 31 marzo, dove invita tutte le forze politiche non-PDL a unirsi in una sorta di nuovo Comitato di Liberazione Nazionale (per altro quello originario, che ha coordinato la Resistenza, è stato spesso oggetto di alcuni suoi strali polemici) contro Berlusconi. A suo parere bisognerebbe coinvolgere addirittura la Lega, che oggi rappresenta un vero e proprio apparato politico molto diverso dal movimento schietto e ‘ruspante’ che attirò le simpatie di Fini vent’anni fa, e bisognerebbe evitare critiche a Napoletano (“va incoraggiato invece di attaccarlo in continuazione come fan l’Idv e molti editorialisti del Fatto”, riferimento abbastanza esplicito a Marco Travaglio). Come distinguere il Fini ‘puro e genuino’ da quello ‘pragmatico’ interessato come ogni persona di buon senso a sbarazzarsi della tirannia berlusconiana? E a quale delle due categorie appartiene il Fini-misogino e quello pro-Napolitano?
Caro Massimo, forse sarebbe tutto più semplice esprimersi senza temere di ricevere (troppi) consensi: il conformismo è tutta un'altra cosa.
martedì 30 marzo 2010
La vittoria minoritaria
Quattro anni fa, i cittadini di un Berlusconi un giusto po’ meno indecente di quello attuale (non erano ancora saltati fuori gli scandali Mills ed escort, ad esempio) votarono fiduciosi per il centro-sinistra, e il risultato fu schiacciante: una vittoria netta per 9-2 per l’opposizione. Dopo quattro anni di delusioni e promesse tradite, il meno che poteva capitare era una Caporetto generalizzata dei partiti tradizionali della sinistra, totalmente lontani dai cittadini e incapaci (o forse non troppo desiderosi) di contrastare Berlusconi e le sue manie criminali di grandezza. Ne consegue quindi la situazione attuale, dove abbiamo un centro-destra dominatore in realtà assolutamente minoritario nel Paese: la matematica non è un’opinione. Prendiamo ad esempio il Veneto, la regione ‘verde’ dello tsunami leghista che ha portato al trionfo il leghista Zaia con il 60% dei consensi: in termini reali, non raggiunge il 40%, e la Lega si attesa sul 23% (meno di 3 Veneti su 10 votano per la Lega, quindi). Se applichiamo lo stesso meccanismo ad altre regioni, il risultato è ancora più eclatante: Formigoni si ridimensiona al 36%, e gli altri governatori di centrodestra con percentuali tra il 35% e il 30%. In poche parole, Berlusconi ha confermato sostanzialmente i suoi voti mentre sono stati il PD e i suoi accoliti a perderne, e in modo rovinoso. A livello nazionale, quindi, avendo totalizzato il 47,58% e con una partecipazione alle urne del 64,19%, ne consegue che il ‘gradimento’ del premier è al 30,5% , rispetto al 65% e agli altri sondaggi fantasma che Berlusconi ripetutamente ostenta; una vittoria ‘dell’Amore sull’odio ben misera’, quindi.
Il risultato a sorpresa del Moviamento5Stelle ricorda per certi versi l’exploit della Lega nei primi anni Novanta, ed anche allora il fenomeno fu bollato come ‘antipolitica’ mentre ora il partito di Bossi dà lezioni di governo delle istituzioni ed è entrata a pieno diritto nell’arco costituzionale, portando avanti da circa vent’anni proposte che in realtà la Costituzione la demoliscono a picconate, a differenza di quelle sostenute dal movimento di Grillo. Ora la scommessa per gli ex-grillini è quella di diventare una forza politica davvero popolare, di andare al di là di quella piccola borghesia ‘illuminata’ fatta di cittadini informati e di uscire anche un po’ dai confini digitali della Rete, pur mantenendo una struttura virtuale che le permetta di mantenere un assetto paritario e di evitare il formarsi di oligarchie di ogni genere. La creazione di strutture ‘reali’, come sezioni e giornali, richiederebbe infatti finanziamenti che potrebbe venire solo da lobby economiche che imprimerebbero indelebilmente il loro orientamento politico, esattamente come è successo alla sinistra tradizionale.
L’attenzione per le tematiche del territorio non basta, occorre trovare delle idee ispiratrici (non delle ideologie) che permettano al movimento di darsi un’identità ben più precisa: la decrescita economica, la nuova concezione del lavoro, la tutela ambientale e una nuova ripresa culturale contro la degenerazione televisiva devono essere elementi di collante che possano originareuna visione generale al di là dei singoli provvedimenti concreti previsti nel programma attuale. Se pensatori come Latouche, Wolfgang Sachs e Ryfkin, per fare dei nomi, non diventano in qualche modo di dominio pubblico, se non si innesca una rivoluzione intellettuale di massa, allora diventa difficile farsi portatori di una proposta che vada al di là della protesta.
Per Italia dei Valori e la Sinistra radicale si presenta un bivio importante: cercare di inseguire il PD e riproporre un partitismo ormai superato, oppure farsi promotore di questa svolta, pena l’estinzione per se stessi e l’oscurantismo più assoluto per gli altri. .
Il risultato a sorpresa del Moviamento5Stelle ricorda per certi versi l’exploit della Lega nei primi anni Novanta, ed anche allora il fenomeno fu bollato come ‘antipolitica’ mentre ora il partito di Bossi dà lezioni di governo delle istituzioni ed è entrata a pieno diritto nell’arco costituzionale, portando avanti da circa vent’anni proposte che in realtà la Costituzione la demoliscono a picconate, a differenza di quelle sostenute dal movimento di Grillo. Ora la scommessa per gli ex-grillini è quella di diventare una forza politica davvero popolare, di andare al di là di quella piccola borghesia ‘illuminata’ fatta di cittadini informati e di uscire anche un po’ dai confini digitali della Rete, pur mantenendo una struttura virtuale che le permetta di mantenere un assetto paritario e di evitare il formarsi di oligarchie di ogni genere. La creazione di strutture ‘reali’, come sezioni e giornali, richiederebbe infatti finanziamenti che potrebbe venire solo da lobby economiche che imprimerebbero indelebilmente il loro orientamento politico, esattamente come è successo alla sinistra tradizionale.
L’attenzione per le tematiche del territorio non basta, occorre trovare delle idee ispiratrici (non delle ideologie) che permettano al movimento di darsi un’identità ben più precisa: la decrescita economica, la nuova concezione del lavoro, la tutela ambientale e una nuova ripresa culturale contro la degenerazione televisiva devono essere elementi di collante che possano originareuna visione generale al di là dei singoli provvedimenti concreti previsti nel programma attuale. Se pensatori come Latouche, Wolfgang Sachs e Ryfkin, per fare dei nomi, non diventano in qualche modo di dominio pubblico, se non si innesca una rivoluzione intellettuale di massa, allora diventa difficile farsi portatori di una proposta che vada al di là della protesta.
Per Italia dei Valori e la Sinistra radicale si presenta un bivio importante: cercare di inseguire il PD e riproporre un partitismo ormai superato, oppure farsi promotore di questa svolta, pena l’estinzione per se stessi e l’oscurantismo più assoluto per gli altri. .
Etichette:
Berlusconi,
Elezioni regionali,
Grillo,
Lega,
Movimento5Stelle,
PD
domenica 7 febbraio 2010
Di Pietro, ma non di granito
Alla fine il congresso dell'IDV ha deciso per acclamazione di sostenere la candidatura per le regionali campane dell'inquisito De Luca: da oggi Il Giornale, Panorama, Corriere, ecc. non avranno più bisogno di creare bufale, ripescare vecchie foto e ricorrere ad altri simili trucchetti per infangare il partito e il suo leader. Da oggi, finalmente, potranno esprimere critiche sostanzialmente sensate all'insegna del "predicare bene e razzolare male".
Bersani è contento, il popolo dell'IDV (ma forse anche del PD) un po' meno.
E' arrivata l'ora di De Magistris?
Bersani è contento, il popolo dell'IDV (ma forse anche del PD) un po' meno.
E' arrivata l'ora di De Magistris?
Etichette:
De Luca,
De Magistris,
DI Pietro,
IDV
Iscriviti a:
Post (Atom)