mercoledì 9 dicembre 2015

Elite non elitaria

Il voto per il FN di Marine Le Pen è sicuramente espressione di una forte avversione per le élite, ma da qui a dire che esso sia sgradito alle élite il passo non è affatto breve. Le èlite, cioé i maggiori esponenti del mondo economico-finanziario, notoriamente non hanno ideologie diverse dalla difesa dei loro interessi, e se storicamente sono riusciti a scendere a patti con Hitler e il nazismo, non si capisce perché non dovrebbero farlo con la Le Pen e il suo partito. In fondo, con tutta questa enfasi sul 'governo forte', potrebbe sembrare naturale affidarsi a chi davvero propone una guida risoluta o quantomeno sembra volerlo fare. Che cosa farebbe la Le Pen in caso di affermazione alle presidenziali? Far uscire la Francia dall'Euro e/o dalla NATO suona decisamente troppo propagandistico. Più probabilmente, aumenterebbero le convergenze con la Russia di Putin, secondo un copione a tratti già delineato dalla Germania in talune occasioni, con la Merkel ma anche sotto Schroeder; sarebbe alquanto difficile riproporre un protezionismo di matrice classica.
Insomma, le famigerate élite potranno aver storto il naso per il risultato elettorale di domenica, sicuramente però non si stanno strappando i capelli.

giovedì 12 novembre 2015

Lezioni di rosicate

Siccome agli argomenti seri sto dedicando tutto il tempo che mi manca per questo blog, farò una piccola lezione su come riconoscere la faziosità ricorrendo a un frivolo argomento di attualità capace però forse di accendere gli animi. 

Prendiamo in considerazione questa tesi: Valentino Rossi meritava il titolo mondiale della MotoGp 2015 più di Lorenzo. Vediamo cosa dicono i numeri stagionali:

Rossi: 4 vittorie, 1 pole position, 4 giri più veloci
Lorenzo: 7 vittorie (solo 6, dirà qualcuno), 5 pole position, 6 giri più veloci

Prendiamo allora in esame la seconda tesi: Valentino Rossi è un pilota più forte di Lorenzo. Confrontiamo allora i numeri dei due piloti dal 2008, cioé da quando corrono insieme in MotoGp:

Rossi: 24 vittorie, 12 pole position, 21 giri più veloci
Lorenzo:  40 vittorie, 35 pole position, 26 giri più veloci

Mi arriva dalla regia una comunicazione secondo cui gli anni trascorsi in Ducati non valgono. Paragoniamo allora i risultati dalla stagione 2013, da quando valentino è tornato in Yamaha:
Rossi: 7 vittorie, 2 pole position, 6 giri più veloci
Lorenzo: beh, solo nel 2015 ha fatto meglio di Rossi in tre anni, quindi lascerei perdere.

Dalla regia mi comunicano di ulteriori proteste, bisogna contare anche le stagioni 2008 e 2009.
Rossi: 24 vittorie, 12 pole position, 19 giri più veloci
Lorenzo: 31 vittorie,  26 pole position, 19 giri più veloci

Mi arrivano voci che, avendo raggiunto un ex aequo nell'ultima statistica, Rossi si impone nettamente come migliore.
Ok lo ammetto, non ho mai avuto troppa simpatia per Rossi. Ma vi giuro che ho meno simpatia per la faziosità. Sono i numeri che sembrano proprio avere in antipatia il Vale nazionale.


venerdì 9 ottobre 2015

Dalla Russia senza amore

Tristezza infinita. E' quella che provo per vedere tante persone che stimavo andare a braccetto con altre che stimavo molto meno in un appassionato atto di fedeltà per Vladimir Putin.  Ho già espresso altrove come la penso sul leader russo, in questa sede vorrei invece comunicare lo scoramento di fronte a una situazione totalmente assuda, in cui mi sembra che molta gente stia rinnegando quello in cui ha sempre creduto, senza per altro poterlo giustificare con l'opportunismo, dato che nessuno ci guadagna nulla agendo così. Siamo di fronte a una profonda revisione degli ideali.
Con Putin, abbiamo scoperto che non è vero che il terrorismo non si combatte con i cacciabombardieri; che sparare missili Cruise da migliaia di km su di un esercito poco più che straccione, facendoli passare sopra la testa degli abitanti di tre o quattro nazioni, può essere una cosa buona e giusta; che commentare su Facebook 'forza ragazzi!', riguardo a un conflitto in corso, non è uno stupido gesto da ultras calcistico, se i 'ragazzi' sono piloti dell'aviazione russa.
Ovviamente è una degenerazione che viene da lontano, ad esempio da quando bisognava condannare il 'laicismo' delle Pussy Riot (ovviamente prezzolate dalla Casa Bianca, come chiunque in Russia non ami incondizionatamente Putin) e difendere la Chiesa Ortodossa, uno dei baluardi della potenza politica del Cremlino. Tuttavia, 'no alla guerra senza se e senza ma' sembrava più di uno slogan, sicuramente lo è.
Che cosa ti fa passare sopra a tutto questo? Forse l'illusione di aver trovato uno stato da sostenere (la Russia) contro quello da sempre avversario (gli USA) in un revival post-moderno della guerra fredda? Difficile a dirsi. La coerenza dovrebbe certo avere sempre la meglio sui ragionamenti machiavellici. 
In tal senso, riporto una comunicazione personale avuta con una persona che stimavo e stimo ancora, di cui non faccio il nome per correttezza, anche perché non è proprio uno sconosciuto. Sintetizza al meglio il mio pensiero su tutta questa faccenda:

"Il mondo "antisistemico"... purtroppo è profondamente succube dello schema mentale per il quale gli USA sono il nemico principale (o forse "il nemico assoluto") e chiunque ad essi si opponga è, se non un amico, almeno un utile alleato. Confesso che anni fa ero anch'io abbastanza vicino a questo modo di ragionare. Adesso ne sono piuttosto lontano. Gli USA sono la punta di lancia del capitalismo e dell'imperialismo, ma gli altri capitalismi non sono in nessuno modo meno nocivi, sono solo momentaneamente più deboli. Anch'io sono favorevole a un mondo multipolare, pur che sia chiaro che in questa fase la multipolarità che si fa avanti è una multipolarità di distruttori."

giovedì 24 settembre 2015

Dati falsi, limiti veri

Viviamo nell'era dei dati truccati: erano noti quelli dei governi greci del primo decennio del nuovo secolo per rientrare negli stringenti parametri economici dell'euro, da sempre si sospetta sulla reale entità della crescita economica cinee, oggi si scopre che anche la stimatissima Volkswagen ha falsificato quelli relativi alle emissioni inquinanti di alcune sue autovetture diesel. Che l'integerrima etica protestante del lavoro sia stata intaccata dal lassismo dei popoli mediterranei e dalla doppiezza orientale?
Ironie a parte, sarebbe importante capire perché questi imbrogli contabili diventano sempre più diffusi. Si può ovviamente imputare tutto a un degrado sociale che mortifica le coscienze e qualsiasi onore, al capitalismo che pensa solo al profitto; tuttavia ciò presuppone due domande fondamentali: perché esiste tale degrado sociale e per quale ragione il capitalismo punta solo al profitto?
Forse, abbiamo semplicemente raggiunto dei limiti quasi (?) insormontabili, superabili solo falsificando la realtà. Economie che devono crescere, debiti che devono ridursi, tecnologie che devono evolversi - tutto ciò previsto nei nostri modelli politici-socio-economici, ma gli auspici non riescono a verificarsi o quantomeno non nella misura in cui avremmo desiderato. Allora basta ritoccare i numeri e  il gioco è fatto, almeno per un po', fino a quando qualcuno rovina l'incantesimo rivelando la verità oppure (situazione peggiore) è la verità stessa a bussare alla nostra porta, di solito con effetti catastrofici. 
Ovviamente, ci sono persone che traggono lauti guadagni da questa grande orchestra della falsità, ma anche per costoro sarebbe molto meglio ricavare profitti dal vero. Quindi va bene condannare Volkswagen, funzionari e politici corrotti, però dovremmo anche seriamente interrogarci sulla realtà del mondo in cui viviamo, in particolare sui suoi limiti. Se li vogliamo aggirare impunemente ma con successo, il mimino che possiamo attenderci è di essere sommersi da una valanga di fango.

martedì 18 agosto 2015

Tre di tre

Non credo che Matteo Salvini sappia chi sia Georges Sorel, sindacalista rivoluzionario vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ma l'idea del leader leghista di bloccare l'Italia per tre giorni per mettere in crisi le casse dello Stato mi ha fatto venire in mente la teoria dello sciopero generale a oltranza del pensatore francese (il quale del resto negli ultimi anni di vita mostrò qualche simpatia per l'estrema destra fascisteggiante). 
Ovviamente, non bisogna prendere troppo sul serio gli slogan di Salvini, specialmente se coincidono con un calo nei sondaggi elettorali. Non c'è nulla di male però nel giocare con la fantasia immaginando che cosa potrebbe succedere se davvero si realizzasse un evento simile. Ad esempio, come reagirebbe la gente se si accorgesse di poter vivere per tre giorni senza quei beni di consumo che oggi come oggi vengono ritenuti imprescindibili? E senza le garanzie offerte dallo Stato?
Forse dopo tre giorni molti non vorrebbero più tornare alla 'normalità' - virgolette d'obbligo per un sistema che sta creando crisi ambientali e sociali di ogni genere. Forse farebbero anche a meno dei vari 'Matteo' - Salvini e Renzi - in un rinnovato sforzo di autodeterminazione contro le metastasi neoliberali e populiste. O forse non succederebbe proprio nulla, chissà. Sta di fatto che quest'esperienza andrebbe forse tentata. Dal diamante non nasce niente, ma persino da Salvini forse possono nascere i fiori.

lunedì 27 luglio 2015

Tagli e ritagli storici

Che la sanità sia presa di mira quando si parla di tagli di bilancio non è certo una novità. Quel che mi lascia sempre interdetto, quando sento parlare di soppressione delle prestazioni non necessarie, di eliminazione di enti inutili e soprattutto di recupero di somme evase dal fisco, è che se ne parla sempre come di ricette applicabili da subito, dando quindi implicitamente per scontato che esistono inadempienze, inefficienze e addirittura illegalità alla luce del sole che vengono tollerate per qualche strana ragione. Forse non così 'strana', dal momento che le logiche clientelari hanno sempre strizzato l'occhio agli opportunismi della politica. 
Anche le sforbiciate alle tasse si possono basare su presupposti clientelari, specialmente se il proprio partito registra un brusco crollo di consensi. Nella vittoria alle ultime elezioni europee, si parlò molto dell'effetto provocato dagli 80 euro in più in busta paga, un provvedimento tutto sommato più di 'sinistra' e comunque molto meno oneroso per le casse dello stato.
Durante la crisi greca, Padoan e Renzi hanno insistito a più riprese sulla solidità dei conti pubblici italiani, proprio nel momento in cui il debito pubblico raggiungeva il massimo storico. Del resto, anche qualsiasi cosa faccia Renzi deve per forza essere 'storica', non può accontentarsi di una manovra economica 'normale' che non 'cambia l'Italia'. In un momento delicatissimo, si sceglie sostanzialmente per un salto nel buio, non sappiamo se con o senza l'approvazione dei potentati europei (leggi Germania) e della varie troike. Quel che è certo è che bisogna stare pronti ad atterraggi poco morbidi e, qualora capiti una fila ai bancomat, occorre rimanere pazienti ed essere pronti a farne un'abitudine.

mercoledì 1 luglio 2015

Questa non è Sparta: siam più di 300

Andrea Strozzi, decrescente e blogger che collabora con il Fatto quotidiano, scommette sulla vittoria del sì al referendum greco del 5 luglio per approvare o meno le ricette economiche previste dalla UE: per mancanza di coraggio e bravura solo a parole, a suo giudizio.
Da decrescente convinto, ho paura che l'atteggiamento di Strozzi faccia da ottima sponda ai nostri detrattori, che possono così gridare all'ennesimo caso di una persona privilegiata che, una volta intrapresa la strada del downshifting e della semplicità volontaria, condanna senza appello - e persino aprioristicamente - persone in gran parte meno fortunate di lui.
Il referendum del 5 luglio è una novità assoluta nella storia recente. La Grecia ha la chance che i paesi del Sud del mondo strozzati dal debito non hanno mai avuto, se si fa eccezione per il caso argentino del 2001, che in quel caso fu opera di una sollevazione popolare contro il governo in carica. Qui invece ci troviamo di fronte a un'iniziativa 'rivoluzionaria' (virgolette d'obbligo: si tratta pur sempre di una rinegoziazione di debito camuffata) passata attraversa la perfetta adesione ai meccanismi parlamentari.
Forse, una volta che la crisi distruttiva del capitalismo senile investe i paesi occidentali, non sono più possibili le classiche tattiche violente dei potentati internazionali - non si possono condurre bombardamenti o creare le condizioni per colpi di stato - per cui è probabile che, in caso di vittoria del NO, il tanto temuto effetto contagio possa dispiegarsi anche in altri paesi dell'Europa mediterranea. Tuttavia, anche una vittoria del SI non potrebbe far dormire sonni tranquilli: ne perderebbe l'autorevolezza del governo Tsipras, smentito dal suo popolo, ma gli effetti devastanti di un ulteriore dose di austerità sicuramente convincerebbero molti greci a trovare successivamente quel 'coraggio' che Strozzi rimprovera loro di non avere.
Sicuramente il 5 maggio vota il popolo greco, ma non solo per il loro futuro. Una vittoria del NO sarebbe un ostracismo nei confronti della UE la quale, ironia della sorte, ha un atteggiamento che ricorda per molti versi l'imperialismo della Lega di Delo verso le polis satelliti. E potrebbe spianare la strada, coraggio o non coraggio, a comprendere che la differenza sostanziale tra decrescita felice e triste austerità, con buona pace di certi commentatori.